E-Mail: [email protected]
- Funerale contromano di Emiliano Moccia è un romanzo che viaggia in direzione ostinata e contraria.
- Tutto è reale nel libro, a cominciare dall’incidente del 2018 in cui morirono 16 braccianti di origine africana.
- «Ogni storia vale un racconto, un sussulto, anche se si nasconde nella fessura più introvabile o pensa di essere diventata invisibile».
Funerale contromano di Emiliano Moccia (Les Flâneurs, 2025) è una corsa contro il tempo. Sembra scritto con l’urgenza che in passato doveva esserci nelle redazioni che, a una certa ora, chiudevano battenti. Il pezzo, il pezzo! Consegnare il pezzo! Dentro o fuori. Oggi, che viviamo nell’era dell’infodemia in cui la redazione è il mondo e l’unica urgenza dominante riguarda la velocità di consegna di Amazon, a chi frega che in provincia di Foggia ci sia il ghetto più grande d’Italia?
A chi importa che dei 54 milioni stanziati tramite il Pnrr proprio per il recupero di Borgo Mezzanone, baraccopoli “informale” in cui vivono circa quattromila migranti irregolari, non sarà speso neppure un centesimo? A chi interessa dei sedici braccianti di origine africana morti nelle strade del Foggiano, a due giorni di distanza, nell’agosto del 2018? A Emiliano Moccia interessa. Da qui l’urgenza di un racconto che, alla fine, si chiude con l’elenco puntuale dei loro nomi.
Un romanzo in cui non c’è nulla di inventato

Non c’è solo questo episodio, preso dalla vita reale, dentro Funerale contromano. È tutto reale. È davvero esistito ad esempio il prete citato nel libro, padre Arcangelo Maira (padre Arca per tutti), sacerdote scalabriniano scomparso nel 2021 che è stato prima missionario in Mozambico e in Sudafrica, e poi al servizio dei dannati della terra nel Tavoliere delle Puglie. La stessa voce narrante del libro, Emanuele Breccia, che cos’è se non l’alter ego dell’autore richiamato espressamente nel nome e cognome per assonanza e numero di sillabe?
Emanuele/Emiliano è un giornalista che conosce bene la vita dei senza dimora che ruotano attorno alla Capitanata. Il primo, nella finzione, per essere diventato lui stesso uno di loro; il secondo, perché da anni se ne occupa direttamente insieme ad altri volontari mediante l’associazione Fratelli della stazione. Eppure Emanuele/Emiliano è qualcosa di più del protagonista o dello scrittore. È la coscienza di ciascuno di noi, spesso inebetita, che ogni tanto si ridesta e si pone domande fondamentali:
E tu ci sai stare senza abbracci? Senza baci, senza rimboccare le coperte di tuo figlio, senza guardare il viso di tua moglie, senza mangiare con i tuoi genitori, senza incontrare i tuoi amici per strada?
Tu ci sai stare?
Funerale contromano: gli occhi del cronista
La mano del cronista – va detto – ha quasi sempre la meglio su quella del narratore:
Ho letto sui giornali che negli ultimi sei anni oltre 19mila migranti sono morti e dispersi nelle acque di questo mare nel tentativo di raggiungere l’Europa.
È un abisso di morte, di nomi perduti, di storie cancellate, di croci che non hanno fatto in tempo neanche ad essere piantate.
Non identificato.
Di questi 19mila, la lista dei non identificato è lunghissima. «Non avevano nessun documento e al momento nessuno è stato in grado di riconoscerli. Le loro famiglie non sanno neanche che sono morti». Per questo persino chi può rientrare nel suo paese, in Gambia, dentro una bara deve ritenersi fortunato. Come scrive Moccia:
Said ce l’ha fatta.
Il suo nome non è stato cancellato, la sua tomba non riposa in fondo al Mediterraneo.
Come fai a non sentirla neanche stavolta?
La mancanza dell’identità è solo l’ultima, oscena forma di occultamento di migliaia di migranti che è avvenuta in questi anni senza che ce ne curassimo. Come se non bastasse l’esserci girati dall’altra parte, più e più volte, mangiando i pomodori raccolti in quasi schiavitù da chi ha subito e subisce il caporalato nelle campagne del Sud Italia. Ci voleva Funerale contromano per ricordarcelo. Sempre che, almeno per una volta, il destino dei vari Amadou, Aladjie, Moussa, Ali, Lhassan, Anane, insieme alle migliaia dei tanti non identificato, riesca a scalfire la nostra indifferenza:
Ogni storia vale un racconto, un sussulto, anche se si nasconde nella fessura più introvabile o pensa di essere diventata invisibile. Perché è voce che arriva, che graffia, che chiama. E nessuno la può ignorare. Neanche se urla dal profondo del mare o sotto la sabbia che brucia.
Come fai a non sentirla neanche stavolta?





