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Giacomo Pilati

La Sicilia “blu e sale” di Giacomo Pilati nel suo libro di memorie

Il memoir dello scrittore trapanese muove dall’infanzia e attraversa i giorni in cui il giornalismo di inchiesta passava per le denunce coraggiose di Mauro Rostagno.
  • Blu e sale. Un’educazione siciliana di Giacomo Pilati è un libro di memorie che attinge alla “trapanesità” dell’autore.
  • Dall’infanzia fino ai giorni in cui il giornalismo di inchiesta passava dall’emittente televisiva Rtc e dalle denunce coraggiose di Mauro Rostagno.
  • Il giornalista e scrittore restituisce magistralmente il senso di immobilità della Sicilia mediante un ritmo paratattico che è il contrario del divenire.

La memoria è una attitudine eminentemente umana o può essere replicata da sistemi potentissimi come quelli dell’intelligenza artificiale (AI)? Se per memoria intendiamo la capacità di memorizzare un database sterminato di informazioni, a cui si può attingere in qualsiasi momento, allora non c’è partita. L’AI vince su tutta la linea. Se invece, con memoria, ci riferiamo alla propensione ad accostare, radunare fatti ed emozioni sulla base della nostra esperienza, allora l’intelligenza artificiale manifesta i suoi limiti. Perché l’AI non può fare leva su alcuna esperienza.

Leggendo Blu e sale. Un’educazione siciliana di Giacomo Pilati, appena pubblicato da Bibliotheka, la mia memoria è andata a ripescare un libro del 2006, Nostra Signora della Necessità di Giuseppe Sottile (Einaudi). Anche lì, come in Blue e sale, l’autore parla del non semplice mestiere di cronista in Sicilia, seppure con riferimento a province e testate differenti.

La Trapani di Pilati vs la Palermo di Sottile

Sottile ricostruisce la Palermo degli anni Sessanta, quando muoveva i primi passi al quotidiano L’Ora. Per Pilati tutto ruota attorno alla sua Trapani, dall’infanzia fino ai giorni in cui il giornalismo di inchiesta passava dall’emittente televisiva Rtc e dalle denunce coraggiose di Mauro Rostagno. Denunce che costeranno la vita, il 26 settembre 1988, al fondatore della comunità di recupero Saman. Diciotto anni prima, nel 1970, si perderanno le tracce di un altro Mauro, che di cognome faceva De Mauro e che lavorava a L’Ora. Le ultime pagine di Nostra Signora della Necessità si chiudono con questo episodio, mentre Blu e sale colloca in fondo una lettera a Mauro Rostagno nella quale Pilati esprime tutto il suo disinganno:

Mi chiederesti a questo punto cosa è cambiato in città. Poco. Continua a mancare l’acqua, i guitti fanno sempre le stesse cose, affari con gli appalti, con la politica, la droga. La mafia dopo di te ha eliminato un’altra fetta della società migliore, giudici, poliziotti, giornalisti. E si sente questo vuoto, come un baratro. I giovani continuano ad emigrare.

«Sei diventato ciò che volevi?»

La memoria dell’uomo, che ama trovare nessi più o meno pertinenti, non può sottrarsi tuttavia a una sorta di moralità endogena. Perché, rinvenuti i punti in comune tra queste opere di due autori siciliani – entrambi giornalisti di vaglia -, deve ammettere che le somiglianze finiscono lì. Il libro di Giuseppe Sottile si limita a ripercorrere le fasi del suo apprendistato nel famoso quotidiano palermitano, mentre il volume di Pilati amplia lo sguardo sugli aspetti più intimi della sua “sicilianità”, anzi “trapanesità”. Con squarci lirici che includono momenti personali struggenti e, talvolta, dolorosi. Quasi un tentativo di ricapitolare il passato per dare significato al presente. Tentativo dichiarato in maniera esplicita sin dalla domanda dell’incipit: «Sei diventato ciò che volevi?». Viene in mente l’incipit di un altro romanzo che non c’entra nulla, ma che la memoria errabonda di chi scrive cattura da qualche parte:

Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani?
Aldo Busi, Seminario sulla gioventù (Adelphi, 1984)

Per orientarsi fra testo e contesto

La Sicilia di Giacomo Pilati non ha nulla del folklore di Andrea Camilleri. È un luogo mitico, in cui il blu del cielo si sposa con la sapidità dovuta alle troppe cose che la animano. Talmente eccessiva nelle sue errate convinzioni e nelle sue turpitudini tollerate con cinismo, da renderla statica a dispetto del tempo che passa. Quello siciliano è un sale che si deposita al fondo, immoto, e che l’autore restituisce magistralmente mediante un ritmo paratattico che è il contrario del divenire. A che cosa è servito soffrire d’amore o aver vissuto gli anni migliori insieme a un grande “trapanese d’adozione” come Mauro Rostagno? Se non altro a comprendere che ciò che rimane al fondo, insieme al sale, sono gli affetti che danno il giusto sapore alla vita:

Mamma abbracciami. Raccontami una favola. Non lasciarmi solo. Ti prego. Prendimi in braccio. Accompagnami a letto quando ho sonno. Portami alla giostra. (…) Tienimi stretto. Vicino al cuore. Nella stanza al buio. Con sant’Antonino che mi fa venire il sonno. Prendi la mia mano. E nascondila nella tua.


Articolo scritto interamente da un essere umano “a mano”, cioè senza l’uso di AI.(scopri di più)
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