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- Esce per l’editore Vallecchi La visionaria della poetessa Assunta Sànzari Panza.
- La raccolta è suddivisa in quattro parti: Bíos, Onirica, Eliotiana, Fragmenta.
- L’autrice dimostra grande maestria nell’uso sia delle figure retoriche sia delle forme metriche.
Leggere la poetessa Assunta Sànzari Panza, docente campana che già nel proprio cognome obbliga a stare attenti su dove cade l’accento, è terrificante. Lo è nell’accezione che a questo aggettivo intese dare la critica parigina quando nel 1955 assistette alla rappresentazione di Un caso clinico di Dino Buzzati nell’adattamento di Albert Camus. Allora era terribile stare di fronte all’ineluttabile che si consumava, complice la cinica normalità del burocratese medico. I versi di Sànzari Panza hanno lo stesso effetto delle spiegazioni che i professori Schroeder e Claretta impartiscono al povero Giovanni Corte, il malato che non saprà fino all’ultimo la patologia di cui soffre. Troppi paroloni per capirlo, e intanto la fine si avvicina.
Le pagine della raccolta La visionaria (Vallecchi, 2026) procurano un analogo senso di stordimento «per gli accumuli di metafore, per la proteiforme capacità verbale», come sottolinea efficacemente Davide Rondoni nella prefazione. Del resto è la stessa autrice a dichiararlo in esergo, citando Max Bense:
Scrivere significa costruire il linguaggio, non spiegarlo.
La visionaria, il cantiere della poetessa

E che costruzione, verrebbe da dire. Le quattro parti in cui si suddivide La visionaria – Bíos, Onirica, Eliotiana, Fragmenta – corrispondono a quelle di un cantiere in cui Sànzari Panza si muove maneggiando una grammatica italiana fatta di chiodi, assi, ferro e cemento. In questo cantiere ricopre contemporaneamente il ruolo di architetto, direttore dei lavori, strutturista, idraulico, elettricista, operaio e garzone. Disegna in questo modo la sua personale “visione” come se dovesse riscrivere l’intera storia della lirica italiana, da Petrarca fino a Leopardi, passando per Ungaretti e Pasolini.
C’è tutto nei suoi versi, anche troppo. Sicuramente c’è grande maestria nella capacità di usare sia l’armamentario delle figure retoriche (metafora, allitterazione, onomatopea, anafora, chiasmo ecc.) sia forme metriche come il sonetto, la ballata o il distico. Sotto questa sapiente impalcatura resta da scovare dove si annidi la vera poesia, cioè quei «pensieri, brani di carne» che lei stessa dichiara all’inizio di voler condividere con il lettore.
I «pensieri, brani di carne» di Sànzari Panza
E ci sono, ci sono eccome. Per riprendere l’analogia del cantiere, sono fiorellini di campo che si affacciano nella crepe dell’intonaco o, meglio ancora, lucertole incuranti della presenza di costruzioni moderne nel loro habitat naturale. È la poesia che lotta contro la letteratura, la vita che guerreggia con la forma. Se ne potrebbero riportare diversi, di questi «pensieri, brani di carne» che riescono a rintoccare all’unisono con il cuore soprattutto quando, del cuore, colgono il ritmo. Di seguito, un esempio felice:
Senectus
Tuttavia preme squarcia esplode
mentre arde il candelabro nella cripta
cela le vesti tinte di pece
e maschera il volto di cera.
Pindaro scrive ancora.
Sbarrate i cancelli murate gli angeli
coprite gli occhi
mutate la brezza in vento
rovesciate i vostri più saldi principî
ponete teschi d’avorio
nei bauli aurei
correte accorrete
scatenate i cani della vostra ira:
è a un passo l’ora della luce
cessate le grida soffocate la voce
mendace è il riverbero di giovinezza
castrata in un lago di latte
che scorre, infinito fiume detriti
onfali di puerpere sfatte
carni macerate oltraggiate.
Fermatevi, inutile lo strepito antico.
Inascoltate nenie precedono il passo
si chiude la soglia senza scampo.
Per orientarsi fra testo e contesto
In Senectus la vecchiaia è vista come il furore di chi deve cedere le armi, perché è giunta l’ora del commiato. Anche gli ideali di immortalità celebrati dal grande poeta greco Pindaro sono un’illusione, così come il «riverbero di giovinezza» che, infatti, è «castrata in un lago di latte». A dominare il componimento è il ritmo, forsennato nei primi versi per poi addolcirsi in conclusione, dove l’«esplode» dell’inizio si abbandona alle «nenie» che accompagnano la chiusura della «soglia».
Il testo teatrale Un caso clinico di Dino Buzzati si chiude con la tapparella della stanza in cui si trova il protagonista, l’ingegner Corte, che scende lentamente. Le sue ultime parole sono una raccomandazione alla madre: «Mamma, va’, va’, prima che per la via ti prenda il buio…» L’accostamento di Buzzati con l’autrice de La visionaria è solo una suggestione che nulla ha a che vedere con comunanza di stile e tematiche. Lo si potrebbe definire “assurdo”, così come “assurdo-reale” spesso è stato definito il genere dello scrittore di origini bellunesi. Ma, in fondo, non ha qualcosa di assurdo il tentativo di voler costruire un nuovo linguaggio poetico oggi, nell’epoca degli LLM o Large Language Model?








