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Polesine prosa versi

Il Polesine come non è stato mai raccontato né in prosa né in versi

«Antigone in Polesine» di Roberto Alessandrini e Roberto Piumini è una raccolta di sette storie scritte, in modo speculare, sia in forma narrativa sia in endecasillabi.
  • Antigone in Polesine di Roberto Alessandrini e Roberto Piumini contiene sette storie scritte in prosa e in versi.
  • Le vicende riportate nel libro provengono dal territorio del nord est, un temo fra i più poveri d’Italia.
  • La raccolta è un continuo gioco degli specchi, nel quale la prosa imita la poesia, e viceversa.

Come fa un libro a contenere il doppio di ogni cosa? Fin dalla coppia di autori, Antigone in Polesine (Oligo, 2026) riesce in questa straordinaria, speculare, impresa. Uno, Roberto Alessandrini, è antropologo e traduttore di grandi autori francesi; l’altro, Roberto Piumini, è scrittore, poeta e narratore per l’infanzia. Identico il nome e rimato il cognome, ma fin qui è il caso ad aver creato l’abbinamento. Non è stato invece il caso a decidere che i due condividessero un medesimo esercizio di stile: anacronistico, se si vuole, eppure necessario. Antigone in Polesine infatti contiene sette storie, ognuna delle quali è scritta sia in prosa sia in versi. Si deve ad Alessandrini la parte narrativa e a Piumini quella “travestita” da endecasillabi. Le storie sono tutte ambientate in quello che un tempo era il sud del nostro Paese, pur trovandosi a nord est. Un territorio, che grosso modo coincide con la provincia di Rovigo, fotografato nel periodo della fame e degli stenti.

Che cosa ci fa Antigone in Polesine?

È da questo sud a nord est che provengono le vicende riportate nel libro, una sola vera (la prima, da cui prende il titolo il volume) e le altre con qualche aggiunta di verosimile esagerazione. Ma il corpus è compatto e gustoso, classico a suo modo. A cominciare dall’inserzione dell’eroina di Sofocle nel contesto popolare del Veneto agli inizi del secondo dopoguerra. Se nella tragedia greca Antigone sfidava il potere pur di seppellire il fratello Polinice, nel racconto che apre la raccolta è la gente polesana – i Martìn Pessàro, i Bèpe, i Fonso, i Decio, i Carlòn Patòi – a farsi carico della pietà dovuta ai morti che tedeschi e fascisti vorrebbero impedire. «I l’ha cupà i tedesch» è un ritornello straziante, nella forma prosastica e in quella ritmata, che non ha bisogno di traduzione. Sul perché, in tarda età, la Bruna abbia deciso di raccontare il fattaccio, la prosa è evasiva. Occorre il verso per spiegarlo:

finché il sangue secca e si fa terra

Prosa, poesia, romanzo, epos, lirica

In questo gioco degli specchi, non tutto è come sembra. La prosa imita la poesia, e viceversa. In realtà è una imitazione fatta per chi, come noi, ha incasellato nei generi letterari strutture e forme della lingua, dimenticando che in origine queste divisioni non esistevano. Dire “romanzo” era come dire “epos”. E se oggi il primo è scritto solitamente in prosa, il secondo ci è arrivato negli esametri di Omero o di Virgilio. Tant’è che gli endecasillabi di Antigone in Polesine hanno poco di lirico, se con “lirico” intendiamo il canto intimo del prosatore che costruisce attorno al proprio io un mondo intero. Guardano piuttosto a Dante e al suo magistero, perfino nelle descrizioni più profane:

Il risultato di quei forti e dritti
lanci di posteriore artiglieria
non finivano in terra, ma negli occhi
dei cavalli dietro e, più indietro,
sulla carrozza del governatore,
che, avendo un’esigenza non diversa,
si sporse allora nell’oscura pioggia,
gridando agli ufficiali che fermassero,
al primo ponte, la cavalleria,
senza svelare i fini strategici.

Per orientarsi fra testo e contesto

In una continua inversione di ruoli e di generi, talvolta è la prosa a diventare lirica, come nella conclusione dell’episodio intitolato Storia di Eudes e Doralice:

Eudes e Doralice hanno avuto figli e nipoti. Sono morti da vecchi, nello stesso letto. Oggi sognano insieme nel cimitero del paese.

L’epilogo è un richiamo all’inizio del racconto, quando Eudes sognava soltanto di stare con Doralice.

Molto più “prosaica” la versione in endecasillabi:

(…) Doralice
Ed Eubes ebbero figli e nipoti,
e poi morirono, vecchi, lo stesso
giorno, nel loro letto, di una morte
del tutto naturale, e ora stanno
nel cimitero del nostro paese.

L’uso sapiente di forme letterarie, da parte di chi le sa maneggiare, non deve far troppa ombra alla vera perla preziosa di Antigone in Polesine. La varia umanità che emerge nel suo dialetto, nei suoi affari (di cuore, e non solo), nei suoi aneddoti e nelle sue leggende è quel che resta una volta chiuso il libro, in preda a quella commozione che solo la letteratura sa donare.


Articolo scritto interamente da un essere umano “a mano”, cioè senza l’uso di AI.(scopri di più)
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