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- Negli Stati Uniti, nel 2025, l’American Library Association (ALA) ha registrato 4.235 titoli unici contestati e 5.668 libri rimossi dagli scaffali.
- Il caso Sally Rooney ha evidenziato un’interpretazione della legge sul terrorismo che penalizza la circolazione delle idee.
- Gli algoritmi, con la loro cecità culturale, hanno causato l’oscuramento o la riduzione della reach fino al 70-80%.
Il dibattito sulla libertà di espressione e l’accesso alla conoscenza assume, nel 2026, contorni inaspettati e complessi, ben lontani dalle fiamme dei roghi di libri o dalle liste di proscrizione di epoche passate. Non è più solo la censura di stato a dettare legge, ma un insieme eterogeneo di forze, spesso invisibili o percepite come innocue, che modellano ciò che leggiamo e, di conseguenza, ciò che pensiamo.
Partendo dal clamore suscitato dal caso Sally Rooney, emerge un panorama in cui la proibizione assume molteplici facce: da quella palese e di stampo comunitario, fino a quella silente e quasi impercettibile degli algoritmi, passando per le pressioni burocratiche e la criminalizzazione del dissenso.
Queste nuove forme di controllo editoriale minano alla base i principi di pluralità delle voci e di libera circolazione delle idee, aspetti fondamentali per qualsiasi democrazia. La posta in gioco non è la semplice disponibilità di un volume, ma l’integrità del pensiero critico e la capacità di una società di confrontarsi con la complessità del reale.
Chi decide cosa possiamo davvero leggere?

Il fenomeno del book banning negli Stati Uniti rappresenta un esempio emblematico di come la censura possa oggi manifestarsi in forme rinnovate e sorprendenti. Il documentario The Librarians del 2025, premiato in oltre trenta festival internazionali, ha infatti rivelato una realtà in cui intere comunità, mobilitate da gruppi di pressione come “Moms for Liberty”, fondato nel gennaio 2021 durante la pandemia da COVID-19 con l’intento di opporsi agli obblighi di mascherina e vaccinazione nelle scuole, esercitano un’influenza decisiva sui contenuti offerti nelle biblioteche pubbliche e scolastiche.
Queste organizzazioni, spesso animato da una visione ideologica fortemente conservatrice, promuovono campagne organizzate per la rimozione di titoli ritenuti “inadatti” o “pericolosi”. Nel 2025, l’American Library Association (ALA) ha rilevato un incremento allarmante di questo fenomeno, con 4.235 titoli unici contestati e ben 5.668 libri rimossi dagli scaffali, a cui si aggiungono 920 volumi sottoposti a restrizioni di accesso. Un dato significativo rivela che il 40% dei testi oggetto di contestazione riguardava esperienze di persone LGBTQIA+ e di persone di colore, con motivazioni che spaziavano dalle accuse di oscenità alla trattazione di temi legati alla razza, al razzismo, all’equità e alla giustizia sociale.
I moderni “roghi” di libri giudicati pericolosi
Ben il 92% di queste controversie è stato scatenato da comitati di pressione, rappresentanti statali e politici, con un notevole aumento rispetto al 72% registrato nel 2024. Questo scenario, cresciuto esponenzialmente dal 2021, evoca, pur in contesti storici diversi, le campagne maccartiste degli anni Cinquanta e persino i roghi librari della Germania nazista del 1933, come testimoniato dall’episodio del 2 febbraio 2022 a Mount Juliet, dove il pastore evangelico Greg Locke ha organizzato un rogo pubblico di volumi di Harry Potter e Twilight, accusati di promuovere la stregoneria e influenze demoniache.
Nel 2026, il rapporto annuale di PEN America, un’organizzazione fondata il 19 aprile 1922 a New York per difendere la libertà d’espressione e promuovere i diritti umani sia negli Stati Uniti che a livello globale, ha registrato un numero record di quasi 12.000 opere rimosse dai programmi educativi pubblici, evidenziando una crescita dei collettivi di pressione genitoriali e comunitari, in grado di orchestrare le proteste e di influenzare le decisioni dei comitati scolastici e le politiche statali. Opere eterogenee come Beloved di Toni Morrison (1987, Alfred A. Knopf), Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood (1985, McClelland and Stewart), Maus di Art Spiegelman (1986, Pantheon Books) o addirittura Il Signore degli Anelli di J. R. R. Tolkien (1954, George Allen & Unwin) finiscono sotto la scure di chi, non tollerando la diversità di pensiero, aspira a un controllo totale sulla formazione culturale e intellettuale dei giovani.
La censura di stato 2.0: il caso Sally Rooney
Il caso di Sally Rooney, una delle autrici più celebrate della sua generazione, ha sollevato un velo su una forma di censura più sottile e insidiosa, che opera non sul contenuto delle opere, ma sulla persona dell’autore e sulle sue posizioni politiche. La notizia del ritiro dei suoi romanzi – tra cui Intermezzo, Persone normali (2018, Faber & Faber) e Parlarne tra amici (2017, Faber & Faber) – dagli scaffali delle librerie del Regno Unito non è scaturita da un’accusa di oscenità o inappropriatezza letteraria. Invece, la ragione del blocco è stata la sua scelta di destinare le royalty a Palestine Action, un’organizzazione di protesta britannica impegnata a contrastare il coinvolgimento bellico del Regno Unito nel massacro di Gaza.

Dal luglio 2025, il Ministero dell’Interno britannico ha inserito Palestine Action nella lista delle organizzazioni terroristiche ai sensi del Terrorism Act 2000. Conseguentemente, finanziare tale gruppo equivale, per la legge britannica, a sostenere organizzazioni come Al-Qaeda o l’Isis, un reato punibile con fino a quattordici anni di detenzione. Questa situazione ha costretto Faber & Faber, l’editore di Rooney, a ritirare ogni sua opera dal mercato britannico e l’autrice stessa a cancellare i suoi viaggi nel Paese per il concreto rischio di arresto. La vicenda Rooney evidenzia un preoccupante slittamento nell’interpretazione e nell’applicazione delle leggi antiterrorismo. Nate per contrastare atti di violenza estrema, queste normative vengono ora piegate per criminalizzare la solidarietà politica e la dissidenza culturale.
Palestine Action e la lotta al terrorismo
Palestine Action, pur praticando l’azione diretta non violenta contro la proprietà industriale – come sit-in, occupazioni pacifiche e sabotaggi mirati ai macchinari delle fabbriche di armamenti della Elbit Systems – non ha mai causato feriti né preso ostaggi, agendo sempre contro infrastrutture e non contro persone. Come ha sottolineato l’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, Volker Türk, la nozione di terrorismo dovrebbe essere confinata ad atti che causano intenzionalmente morte, gravi lesioni fisiche o la presa di ostaggi. Dichiarare “terroristico” un movimento che non risponde a questi criteri significa operare una distorsione del linguaggio e del diritto, equiparando il sabotaggio di una fabbrica di droni al terrorismo, e di fatto proteggendo il profitto dell’industria bellica a discapito dei diritti civili fondamentali.
Questa repressione, tuttavia, non spegne il dissenso: tra il 2025 e il 2026, la polizia britannica ha arrestato più di 3.000 individui accusati di aver espresso solidarietà a Palestine Action. I dati del Ministero dell’Interno indicano un aumento del 1.553% negli arresti legati a reati di terrorismo nell’ultimo anno, il 94% dei quali connesso al sostegno a Palestine Action. Migliaia di persone, dagli insegnanti ai pensionati, dagli studenti agli impiegati, hanno sfidato le leggi draconiane, scegliendo il rischio di una fedina penale pur di non piegarsi a un’ingiustizia di Stato. Il gesto di Rooney, in questo contesto, spicca per coerenza e dignità etica: in un’epoca in cui l’industria culturale tende al silenzio prudente, l’autrice ha scelto di pagare il prezzo più alto per le proprie idee, accettando la scomparsa dei suoi libri dal suo mercato editoriale di riferimento e rinunciando a premi prestigiosi. Il paradosso politico è evidente: ciò che è legale nella Repubblica d’Irlanda, trasforma un’intellettuale pacifista in una “latitante” nel Regno Unito.
L’indice invisibile redatto dagli algoritmi
Nel contemporaneo panorama della censura, la più subdola e pervasiva forma di controllo emerge dalle pieghe del digitale, dove l’occhio di un potere centralizzato cede il passo a quello apparentemente neutrale degli algoritmi. Non ci sono più fiamme in piazza, ma un “Indice invisibile” che opera silenziosamente, rendendo superflua la proibizione esplicita attraverso la marginalizzazione e l’oscuramento. Questo fenomeno, ribattezzato Shadow Banning editoriale o puritanesimo algoritmico, si manifesta sui feed delle piattaforme di distribuzione e sui social media, dove algoritmi di “sicurezza” decidono, in base a parametri spesso opachi, quali contenuti debbano godere di visibilità e quali, invece, siano destinati all’oblio. Un saggio critico, un’opera letteraria su tematiche scomode o un’analisi radicale di eventi geopolitici non vengono censurati nel senso tradizionale del termine, ma semplicemente non appaiono, non vengono raccomandati, o la loro circolazione viene drasticamente limitata.
I meccanismi di questa censura algoritmica sono molteplici e complessi. In primo luogo, i “temi sensibili” sono oggetto di particolare attenzione. I contenuti che affrontano questioni come i conflitti geopolitici attuali o che avanzano critiche radicali ai sistemi di gestione dei flussi migratori subiscono una marcata riduzione della visibilità. Questo non avviene per un’esplicita volontà di censura, ma perché tali contenuti vengono classificati come potenzialmente “divisivi” o “non sicuri” dagli algoritmi. In secondo luogo, l’algoritmo valuta l’engagement negativo. Se un libro o un post non genera interazioni positive, o se tocca temi che, secondo i termini di servizio delle grandi aziende tecnologiche, sono etichettati come “sensibili”, la sua diffusione viene penalizzata, spingendolo ai margini della visibilità potenziale.
Cecità culturale dell’intelligenza artificiale
Un aspetto particolarmente critico è la cosiddetta “cecità culturale delle AI”. I Content Moderator basati sull’Intelligenza Artificiale, pur dichiarando di fare eccezioni per l’arte, spesso non sono in grado di distinguere il contesto. Questo porta a situazioni paradossali, come l’oscuramento o l’applicazione di avvisi di “Contenuto Sensibile” a opere d’arte che includono nudità. Il caso dello scultore Jago nel 2025 è emblematico: le sue opere, di indubbio valore artistico, sono state oggetto di restrizioni algoritmiche, con una conseguente riduzione della loro “reach” (la portata, la diffusione) che può arrivare fino al 70-80%. Questo dimostra come gli algoritmi, nel loro tentativo di applicare regole generali, finiscano per ignorare le sfumature culturali e artistiche, limitando la circolazione di opere che non rientrano nei loro rigidi schemi.
Anche la “tolleranza zero per le armi” si inserisce in questo contesto: un’immagine di una pistola, anche se inserita in una copertina di un giallo o in un contesto narrativo, può attivare immediatamente i filtri di “Promozione della violenza”, portando allo Shadow Banning del contenuto. A questo si aggiunge l’analisi semantica, che gioca un ruolo cruciale. Le parole stesse utilizzate nei titoli, nelle descrizioni o nelle sinossi dei libri possono attivare filtri algoritmici. Termini come “cadavere”, “agonizzanti” possono essere penalizzati perché associati a “contenuti violenti” o “tragedia e conflitto”, rendendo il libro meno ricercabile o visibile. Anche la parola “sex”, se usata come keyword isolata, può far scattare il filtro “Adult Content”, con tutte le conseguenze del caso sulla sua diffusione. L’effetto complessivo è la creazione di un ecosistema digitale in cui la libertà di espressione non è negata, ma resa irrilevante.
Si formano così delle “bolle” informative, dove la diversità di pensiero viene sistematicamente emarginata, e l’accesso a opere e idee “scomode” è limitato non da un atto di censura esplicito, ma da una decisione algoritmica che ne determina l’invisibilità. La vera circolazione delle idee, in questo contesto, si ritira in circuiti meno convenzionali, nelle librerie indipendenti, nei circoli di lettura privati, nelle micro fiere, dove il “proibito” trova ancora asilo e dove la mediazione umana può ancora prevalere sull’impersonale logica algoritmica.





