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Contro gli imperi 1

«Contro gli imperi», l’ode civile di Parsi come quelle del Manzoni

L'ultimo saggio del docente e politologo unisce il rigore accademico a una vis polemica che lo fa assomigliare a un pamphlet in cui però c’è spazio per la pars construens.
  • Il saggio Contro gli imperi di Vittorio Emanuele Parsi contempla in sé la precisione scientifica con la passione propria di un pamphlet.
  • Parsi prospetta una res publica per l’Europa come antidopo agli imperiaslimi vecchi e nuovi che stanno destabilizzando l’ordine mondiale.
  • La voce che si leva dal suo libro si può paragonare, per sentimento civile, alle odi rese celebri da Alessandro Manzoni.

Contro gli imperi. Il futuro delle nostre democrazie nel nuovo ordine mondiale di Vittorio Emanuele Parsi (Bompiani, 2026) è un saggio in cui il rigore accademico tiene a bada l’invettiva. Lo si potrebbe definire un pamphlet, a patto che di questo sottogenere letterario si consideri soltanto l’intento polemico (che nel titolo è dichiarato) e il linguaggio accessibile. Se invece si cercasse la partigianeria tipica di questa categoria di pubblicazione, si rimarrebbe delusi. Perché l’autore non ha l’intento di indirizzare i propri lettori verso delle tesi a scapito del bersaglio o dei bersagli contro cui si scaglia il volume. Piuttosto è dominato dall’urgenza di far capire che cosa sta davvero accadendo “nel nuovo ordine mondiale”. Illuminanti, in tal senso, risultano diverse pagine, come ad esempio quella riportata di seguito:

Tutti coloro che minimizzano le novità introdotte da Donald Trump nella conduzione della politica degli Stati Uniti commettono un errore grossolano o sono deviati da un bias ideologico: l’antiamericanismo, inteso non come odio per la torta di mele o i blue jeans o il baseball, l’America in sé, ma come avversione alla natura liberale degli Stati Uniti. Sostenere che “tanto l’America ha sempre fatto così” è un tipo di obiezione che non regge, perché rifiuta il vaglio della storia, il campo di verifica per eccellenza delle riflessioni sulla politica internazionale.

La leadership americana nel mondo, la rete di alleanze degli Stati Uniti, le istituzioni internazionali e il diritto nel loro complesso non sono in crisi perché “l’America fa quello che ha sempre fatto”, ma esattamente per la ragione contraria: perché ha smesso di farlo, perché “l’America (di Trump) non fa più l’America”.

La mutazione “etologica” delle nazioni

A conferma di questa tesi, corredata da una copiosa bibliografia, Parsi ricostruisce gli avvenimenti che, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, hanno portato a una mutazione “etologica” delle nazioni: da leoni a lupi, passando per gli sciacalli. In mezzo, il gregge degli agnelli, cioè di quei paesi «soddisfatti o insoddisfatti rispetto allo status quo e capaci, eventualmente, di arruolarsi sotto le bandiere del leone o del lupo». La metafora del regno animale è mutuata da un articolo del 1994 di Randall L. Schweller, ma l’autore la spinge alle estreme conseguenze e la attualizza ai giorni nostri. Quali di questi animali siamo chiamati a interpretare come popolo che si riconosce in una medesima entità geografica e politica (sempre che sia possibile decidere)? E qui interviene il discorso del primo ministro canadese Mark Carney, tenuto il 20 gennaio 2026 al World Economic Forum di Davos. Discorso che, non a caso, Contro gli imperi riporta integralmente in appendice:

I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa – la capacità di smettere di fingere, di chiamare la realtà con il suo nome, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme.

Contro gli imperi, un’ode civile moderna

Sta tutto in quell’«agire insieme» la forza a cui Carney richiama la sua e le altre medie potenze, gli “agnelli” di cui sopra. «Una res publica antitesi degli imperi» è infatti il titolo di uno dei capitoli del libro nel quale il professor Parsi svela la pars construens delle sue argomentazioni. La res publica auspicata è quella tra gli Stati che fanno parte dell’Unione europea. Se fosse scritto in versi, Contro gli imperi lo si potrebbe definire un’ode civile alla stessa stregua di quelle di Alessandro Manzoni. In particolare di Marzo 1821, laddove il grande romanziere si lascia andare al sogno dell’indipendenza lombarda dal giogo degli austriaci. Fino a preconizzare che tutta l’Italia, solo combattendo, potrà essere artefice del suo destino:

O risorta per voi la vedremo
Al convitto de’ popoli assisa,
O più serva, più vil, più derisa
Sotto l’orrida verga starà.

Per orientarsi fra testo e contesto

Vittorio Emanuele Parsi, mutatis mutandi, fa un ragionamento analogo a quello del Manzoni, ma guardando all’Europa: «Se l’Europa non può e non deve trasformarsi in un nuovo impero, può invece riaffermarsi come l’unica vera res publica del nostro tempo, pacifica ma non imbelle: pur con tutti i suoi limiti e le sue criticità, uno spazio politico fondato sulla certezza della legge, sulla tutela dei diritti e sulla garanzia della proprietà».

È l’unica strada, secondo l’autore che ricorda un’espressione del premier canadese Mark Caney, per sedersi al tavolo dei potenti e non essere nel menù. Una strada senza alternative, per citare Tony D’Amato, l’allenatore interpretato da Al Pacino nel film Ogni maledetta domenica diretto da Oliver Stone:

La scelta per l’Europa è molto semplice – sottolinea Vittorio Emanuele Parsi –: “o noi risorgiamo adesso come collettivo o saremo annientati individualmente”.


Articolo scritto interamente da un essere umano “a mano”, cioè senza l’uso di AI.(scopri di più)
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