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Lo spettatore condannato a morte

Lo spettatore condannato a morte e l’illusione di farla franca

L’opera caustica dell'autore rumeno naturalizzato francese Matei Vișniec, a distanza di oltre quarant’anni dalla sua prima rappresentazione, non ha perso smalto.
  • Lo spettatore condannato a morte di Matei Vișniec è andato in scena il 15 e il 16 maggio al Teatro Koreja di Lecce per la regia di Beppe Rosso.
  • Scritto a metà degli anni Ottanta, quando Vișniec viveva ancora in Romania, il testo mette alla berlina il regime totalitario di Nicolae Ceaușescu.
  • La commedia possiede tutti i requisiti per essere apprezzata oggi, perché si nutre di paradossi e soluzioni comiche che fanno sorridere.

Lo spettatore condannato a morte di Matei Vișniec, andato in scena il 15 e il 16 maggio al Teatro Koreja di Lecce per la regia di Beppe Rosso, dovrebbe godere di maggiore notorietà tra il pubblico di tutte le età. Sarebbe un’occasione per far comprendere, ad esempio, il delirio collettivo che da qualche mese continua ad alimentarsi attorno all’omicidio di Garlasco. Un delirio fatto di perizie e controperizie pseudoscientifiche, ma la cui natura malsana è frutto di una infodemia sospinta da un indecoroso voyeurismo. Lo spettatore condannato morte, pur essendo stato scritto più di quarant’anni fa, è la sintesi perfetta di tutti questi ingredienti. È un processo, che diventa farsa, in cui l’imputato è sempre qualcun altro. Perfino gli spettatori, alcuni dei quali sono chiamati a fare da testimoni attraverso un laboratorio che precede la rappresentazione, iniziano in veste di giudici popolari per poi arrivare a chiedersi se non sono loro stessi sul banco dell’accusa.

Tra Ionesco e Ceaușescu, l’opera di Vișniec

Vișniec è cresciuto alla scuola drammaturgica di Eugène Ionesco, di cui condivide il paese d’origine e la naturalizzazione francese. Lo spettatore condannato a morte è l’ultima opera scritta in Romania, sotto la dittatura di Nicolae Ceaușescu, prima del trasferimento definitivo in Francia avvenuto nel 1987. A essere messe alla berlina sono dunque le dinamiche tipiche di un regime improntato al socialismo reale che cerca di mantenere una parvenza di legalità anche nelle sue aule di tribunale. Giudice, procuratore e difesa dovrebbero essere lì a garantire che lo stato di diritto non sia violato dal capriccio del despota di turno. Eppure la loro presenza non riesce in questo intento. Attualizzato, il testo lascia intendere che non basta la legge a preservarci dall’arbitrio del potere. Si può essere colpevoli perché si sta zitti, perché si parla o perché il viso non è il ritratto dell’innocenza. Si può essere colpevoli perché lo dice la televisione (Garlasco docet).

Cos’è Lo spettatore condannato a morte?

Lo spettatore condannato a morte è anche una prova convincente di metateatro. Il regista Beppe Rosso, che con la torinese Ama Factory porta in giro lo spettacolo, non nasconde i riferimenti a Luigi Pirandello a cui Vișniec si è ispirato. Il processo, che si celebra nell’aula del finto tribunale, mette alla sbarra il ruolo dell’attore e quello del pubblico. Quanto c’è di vero in quello che il primo è chiamato a interpretare? Quanto è autentica la ricerca di senso del secondo? A dirimere la questione non aiuta nemmeno l’alter ego dell’autore, che entra in scena sotto forma di personaggio femminile con indosso degli occhiali scuri. Un personaggio che, nella versione originale, avanza con il capo chiuso dentro un sacco. Chi è? Un richiamo a Omero, la cui cecità per gli antichi corrispondeva alle doti profetiche dell’arte? Oppure semplicemente la metafora di ciascuno che, di fronte al male, si muove facendo finta di non vedere?

Per orientarsi fra testo e contesto

Non lo sappiamo e probabilmente non serve saperlo. Una correlazione troppo automatica fra “maschera” e persona nascosta dietro sarebbe come una parafrasi che tende a forzare la polisemia del verso. Di certo, la commedia amara di Vișniec possiede tutti i requisiti per essere apprezzata oggi più di quanto si riuscirebbe ad apprezzare uno dei capolavori di Ionesco. Tutto dipende dalla declinazione dell’assurdo come filosofia che muove l’atto scenico. In Matei Vișniec l’assurdo si nutre di paradossi e soluzioni comiche che, all’apparenza, alleggeriscono la tremenda ipotesi che non c’è giustizia a questo mondo. Si ride, durante Lo spettatore condannato a morte. Eppure, quando la fine arriva, si va via sollevati. Forse in preda all’illusione di averla scampata bella, di essere stati graziati da una condanna a morte che poteva toccare in sorte proprio a te.


Articolo scritto interamente da un essere umano “a mano”, cioè senza l’uso di AI.(scopri di più)
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