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Familie Flöz, le maschere di Pirandello sono di casa a Berlino

Da trent’anni una compagnia calca i palchi di mezza Europa portando in scena opere in cui non si dice una parola. Il Teatro Koreja di Lecce ha ospitato la sua ultima produzione.
  • Familie Flöz è una compagnia teatrale, con sede a Berlino, che utilizza le maschere nelle sue messe in scena.
  • Finale, l’ultima produzione, è andata in scena il 25 e il 26 aprile 2026 al Teatro Koreja di Lecce.
  • Come per le altre rappresentazioni, non ci sono state parole, ma gesti, suoni, musica, danza e gioco di luci.

Finale della compagnia berlinese Familie Flöz è andato in scena il 25 e il 26 aprile 2026 negli spazi dei Cantieri Koreja di Lecce. A conferma – se ce ne fosse bisogno – del respiro internazionale che caratterizza la programmazione del teatro leccese. La compagnia, che nel 2025 ha festeggiato trent’anni di attività, incarna uno degli esempi più interessanti di sperimentalismo nel panorama contemporaneo. Uno sperimentalismo che pone al centro della sua azione l’oggetto di scena per antonomasia, la maschera. Quelle utilizzate da Familie Flöz hanno in comune una sorta di stupore, come se le espressioni nelle facce di cartapesta indossate di volta in volta dagli attori appartenessero a chi fosse stato colto di sorpresa, senza preavviso. Un’espressione analoga a quella intercettata da Vitangelo Moscarda, il protagonista di Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello, nello scoprire sé stesso allo specchio mentre starnutisce.

Berlino, un’avanguardia che non finisce mai

Pirandello visse a Berlino tra il 1928 e il 1930 in esilio volontario e in cerca di quell’avanguardia che, a distanza di quasi cento anni, sembra ancora permeare la città. Non a caso gli studenti del corso di mimo della Folkwang Universität di Essen – tra cui Hajo Schuler, a cui si deve la regia di Finale -, del cui corpo docente faceva parte la coreografa Pina Bausch, hanno eletto dal 2001 la capitale tedesca come sede della propria compagnia, cambiando il nome originale di Flöz Production in quello attuale. Ma Pirandello non ha ispirato il lavoro sulle maschere che Familie Flöz ha intrapreso fin dalla sua nascita. È un altro italiano, il padovano Amleto Sartori, scultore il cui stile di modellazione delle maschere ha attinto alla tradizione della commedia dell’arte, ad aver influenzato il “teatro di figura” di Familie Flöz.

Il “teatro di figura” di Familie Flöz

Se nel teatro di figura sono i burattini a essere protagonisti, in Finale sono gli attori a trasformarsi in marionette, complice la fissità impressa dalla mimetizzazione. Nei tre episodi della rappresentazione non c’è spazio per le parole. Gesti, suoni, musica, danza, luci: nel loro insieme, bastano a raccontare la vita. Una vita banale, ritmata dal lavoro routinario in un bar o alle prese con la malattia e la vecchiaia. Al massimo, pervasa da un afflato verso la natura destinato a rimanere deluso. Perché in fondo ogni atto veramente umano porta in sé la fine, ma anche l’inizio. Infatti il titolo completo della pièce è Finale. Un’ouverture e viene “svelato”, se così si può dire, nel momento più drammatico: l’uccisione di un toro che risorge in forma di minotauro dei boschi. Un coup de théâtre in cui, al posto del sangue finto, dalla testa del bovino sgorgano fiotti di stelle filanti rosse.

Per orientarsi fra testo e contesto

Familie Flöz non guarda al magistero di Pirandello. Eppure nel suo vortice di contaminazione che amalgama il teatrodanza di Pina Bausch con la clowneria di strada, si invera l’insegnamento del drammaturgo siciliano. Le maschere sono davvero nude, come il titolo che Pirandello volle dare alla raccolta delle sue opere. E non solo le maschere: sono gli spettatori a trovarsi “smascherati” nella loro intimità. Tant’è che si immedesimano, piangono e ridono come se davanti a loro sfilassero giornate familiari, in cui desiderio e noia si accavallano. La finzione del palco scompare e, al suo posto, il pubblico comincia a osservare attraverso i volti camuffati di estranei che, a poco a poco, assomigliano sempre di più a ciò che sono soliti vedere riflesso nello specchio.


Articolo scritto interamente da un essere umano “a mano”, cioè senza l’uso di AI.(scopri di più)
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