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Sicilia scomunicata

Nobili e santi (uno) sotto il cielo della Noto scomunicata dai papi

Tutti i sovrani di Sicilia tra il 1130 e il 1410 furono colpiti da sanzioni spirituali ma, nonostante questo, nobiltà e santità non mancarono di fiorire nella capitale del barocco.
  • Tra il Vespro del 1282 e il Trattato di Avignone del 1372, la Sicilia collezionò svariate sanzioni spirituali comminate ai suoi regnanti.
  • Nonostante questo, nel 1300 Corrado Confalonieri da Piacenza, trovò riparo a Noto, diventandone poi l’amato patrono.
  • A dispetto della scomunica, la famiglia de Barba, con i suoi discendenti, prosperò senza problemi ampliando la sua influenza fino a Malta.

Nella prima metà del Trecento, la Sicilia offriva alla curia papale di Avignone il volto di un’intollerabile anomalia teologica e geopolitica. Tra il Vespro del 1282 e il Trattato di Avignone del 1372, l’isola collezionò una quantità impressionante di sanzioni spirituali. I suoi re venivano scomunicati a ripetizione (fino a tre volte per figure come Federico II di Svevia o Federico III d’Aragona), e l’intera popolazione subì ciclicamente il peso dell’interdetto ecclesiastico. L’isola era ufficialmente una terra sospesa, un limbo in cui i sacramenti erano vietati, le campane dovevano tacere e ai morti era negata la sepoltura in terra consacrata.

Tutti i sovrani di Sicilia tra il 1130 e il 1410 furono scomunicati (a eccezione di Guglielmo il buono e Martino il giovane) e alcuni anche più volte. Ruggero II fu scomunicato tre volte, stessa sorte subì Federico II e anche il pronipote Federico III d’Aragona non fu da meno con tre scomuniche.

Eppure, dietro la cortina fumogena dei fulmini vaticani, la macchina dello Stato siciliano non mostrava alcuna crepa. Protetti dal privilegio normanno della Apostolica Legazia, i vescovi – che traevano il loro potere dal sovrano – gestivano le immense diocesi. I preti continuavano a suonare le campane per ordine regio, i mercanti siglavano contratti e i nobili tessevano alleanze. In questa fiera e festosa disobbedienza, la città demaniale di Noto (oggi capitale del barocco, dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 2002), divenne il palcoscenico di un paradosso straordinario: abbarbicata sulle balze dell’Alveria, si trasformò nel luogo in cui la geometrica potenza di un superburocrate regio e l’assoluta povertà di un futuro santo si incrociarono sotto lo stesso cielo di scomunicati.

Benedetto XII contro Pietro II d’Aragona

Subito dopo lo scoppio della rivolta dei Vespri nel 1282, papa Martino IV scagliò la scomunica sul re Pietro III d’Aragona (I di Sicilia) e impose l’interdetto (formalmente mai ritirato) su tutta l’isola per punire i siciliani che si erano ribellati agli Angioini, considerati legittimi vassalli della Chiesa. L’episodio più duro e prolungato si verificò, poi, sotto il regno di Federico III d’Aragona. Nel 1321, dopo che Federico aveva fatto incoronare suo figlio Pietro II come co-reggente senza l’approvazione pontificia (e a seguito della rottura di una tregua navale), papa Giovanni XXII (nell’immagine) colpì l’intero Regno di Sicilia con un pesantissimo interdetto. L’interdetto rimase in vigore per ben 13 anni, fino al 1334 (o inizio 1335 secondo alcune fonti curiali), quando lo stesso pontefice lo revocò poco prima di morire, provocando grandi celebrazioni e solennità in tutte le città dell’isola.

L’anno è il 1339. Da Avignone, papa Benedetto XII scaglia una massiccia scomunica mirata contro il re Pietro II d’Aragona e un elenco selezionato di 112 alti funzionari e baroni isolani. Al numero 85 (o 112 a seconda delle varianti d’archivio indagate dallo storico Salvatore Fodale) compare il miles Parisio de Barba da Noto. Parisio non è un feudatario anarchico rinserrato nel suo castello, ma un uomo d’apparato di altissimo livello. Come ufficiale regio sull’Alveria, rappresenta la mano esecutiva del sovrano: a lui spettano l’amministrazione della giustizia, il coordinamento militare della piazzaforte e la cruciale riscossione delle gabelle, i tributi regi. La curia papale lo colpisce non per questioni di fede, ma per paralizzare l’efficienza fiscale e giudiziaria dello Stato sul territorio netino.

Ma proprio mentre la burocrazia vaticana tenta di bloccare l’esattore del re bollandolo come eretico, un altro uomo “fuorilegge”, sul filo dell’eresia, trova rifugio e pace nelle medesime terre: Corrado Confalonieri da Piacenza. Terziario francescano in fuga da un tragico passato nobiliare, Corrado si stabilisce tra le balze della Valle dei Pizzoni per predicare la povertà di Cristo.

Come anticamera alla bolla di scomunica dei 112 nobili del 1339 analizzata da Fodale, i legati papali di Benedetto XII constatarono che la Sicilia persisteva nella sua indipendenza sotto Pietro II. Di conseguenza, tra la fine del 1338 e il gennaio del 1339, l’isola fu nuovamente interdetta e fu intimato ai vescovi (in particolare a quelli di Siracusa, Agrigento e Cefalù) di darne massima diffusione.

La sfida dei “fraticelli” contro il papato

La sua serena accoglienza a Noto non è un caso, ma l’effetto di una convergenza radicale. Papa Giovanni XXII non si era limitato a scomunicare Federico III d’Aragona; aveva scagliato i suoi fulmini contro il ministro generale dei francescani, Michele da Cesena, e contro l’ala radicale dei “fraticelli”, colpevoli di difendere l’assoluta povertà di Cristo contro l’opulenza della corte papale.

In Sicilia, questa minoranza perseguitata aveva trovato un alleato formidabile nel re Federico d’Aragona, profondamente influenzato dal neopauperismo mistico e filosofico del frate catalano Ramon Llull (Raimondo Lullo). La Sicilia diventa così un mondo capovolto: la terra dei “ribelli” al papa è l’unico luogo in cui la chiesa dello spirito può vivere protetta. Un sovrano scomunicato e un popolo interdetto sono la garanzia di inefficacia degli anatemi papali. Noto è dove l’eremita piacentino può avviare quel percorso che, dopo la morte nel 1351, lo renderà l’amatissimo santo patrono della città.

Corrado è un terziario francescano, e nel contesto degli anni quaranta del Trecento questa qualifica è scottante. Per sfuggire ai roghi dell’Inquisizione, moltissimi fraticelli clandestini si erano infatti spogliati del saio del primo ordine per rifugiarsi nel terz’ordine laicale, continuando a praticare l’assoluta povertà sotto le spoglie di eremiti. Per la curia papale, l’equazione “terziario eremita = fraticello eretico travestito” era quasi automatica. L’eremo di Corrado ricalcava millimetricamente il profilo dell’eresia condannata: viveva di mendicità, rifiutava le strutture della chiesa ufficiale e operava in una terra interdetta.

La stirpe dei Barba, da Noto a Malta

Mentre Parisio de Barba gestisce le gabelle sotto condanna e San Corrado trasforma il limbo netino in uno spazio di santità, la stirpe dei Barba consolida le sue radici. Lungi dall’essere una meteora, la famiglia – identificata dallo stemma araldico con due leoni controrampanti a un albero sormontati dall’aquila coronata – dimostra un dinamismo politico e patrimoniale straordinario.

La loro strategia si muove su un doppio binario, locale e mediterraneo. All’interno delle mura dell’Alveria, i Barba si legano indissolubilmente tramite oculati matrimoni alla potente famiglia Landolina, il vero centro di gravità della politica netina. Questo legame sfocerà, alla metà del secolo, in una vera e propria fusione dinastica: alla morte senza eredi maschi del miles Dionisio Barba (figlio di Accardo), i beni e i feudi storici passano alla sorella Violante Barba, che sposando Bartolomeo Landolina dà vita al ramo dei Barba-Landolina. I loro figli (Accardo, Muzio e Giovanni) erediteranno nel 1400, in modo indiviso, i feudi netini.

Al contempo, lo sguardo dei Barba si proietta nel Canale di Sicilia, verso l’arcipelago di Malta. In quel Trecento di avamposti militari, Malta è una costola amministrativa e annonaria del Val di Noto. I Barba vi si insediano come membri della prima nobiltà: già nel 1283 Dionisio Barba vi opera come Giustiziere regio delle isole di Malta e Gozo, mentre nel 1316 Accardo Barba riceve l’investitura del feudo maltese di Tabaria, dimostrando che il raggio d’azione della famiglia netina ha un respiro geopolitico tutt’altro che provinciale.

È storicamente documentato che Federico III d’Aragona (Federico II come re di Sicilia, terzo per rivendicare la discendenza dallo stupor mundi) visse una profonda conversione negli ultimi anni della sua vita, legandosi visceralmente ai francescani spirituali e ai “fraticelli” protetti sull’isola. Alla sua morte, avvenuta nel 1337 (appena due anni prima della scomunica che colpì Parisio de Barba), Federico lasciò disposizioni testamentarie rigidissime: volle essere vestito e sepolto con il saio francescano, rifiutando i fasti regali e scegliendo l’umiltà assoluta. I suoi resti riposano oggi nella Cattedrale di Catania. Per quanto riguarda la moglie, Federico sposò Eleonora d’Angiò (figlia di Carlo II d’Angiò). Anche lei condivise questa fortissima spinta pauperistica, tanto da ritirarsi, dopo la morte del marito, in una vita di assoluta austerità e preghiera, legata a doppio filo ai conventi francescani, dove è sepolta a Catania.

Per orientarsi fra testo e contesto

Se i registri d’archivio e le pergamene vaticane ci raccontano le sanzioni spirituali e le cariche pubbliche, è lo spazio fisico dell’Alveria a testimoniare la vittoria della realtà sulla condanna virtuale del papa. All’interno della straordinaria pianta monumentale di Carmelo Sgroi, che fotografa l’urbanistica di Noto Antica prima del catastrofico terremoto del 1693, la legenda numerata nella parte inferiore della pianta indica le proprietà della famiglia Barba, divenuta Landolina e Barbilato. Le loro dimore sorgevano nel cuore pulsante del tessuto urbano, a ridosso dei centri nevralgici del potere civile: la prova tangibile che la scomunica del 1339 non aveva tolto ai Barba/Landolina/Barbilato né il sonno né il prestigio.

Cosa rimane, alla fine, del grande teatro dell’anatema avignonese? Se le grandi paci diplomatiche internazionali (Avignone 1372) sistemarono i conti “all’ingrosso” tra la corona aragonese e il papato, la burocrazia vaticana non si curò mai di cancellare singolarmente i nomi dei 112 funzionari colpiti nel 1339. La scomunica di Parisio de Barba non si risolse con un atto di sottomissione, ma evaporò per pura obsolescenza, consegnata a una consuetudine abrogativa e a un definitivo oblio (come per l’interdetto del 1282). Sotto la polvere della storia, i discendenti dei Barba/Landolina ormai Landolina, Barbilato e Landolina de Notho a Malta continuarono a riscuotere gabelle, a stringere alleanze feudali e a edificare i propri palazzi a Malta, sull’Alveria e sul colle Meti. Resta il fascino di una dinastia che con la fiera consapevolezza di essere, sulle carte del papa, fuori dalla grazia di Dio, ma perfettamente a proprio agio nella storia del Regno.


Articolo scritto interamente da un essere umano “a mano”, cioè senza l’uso di AI.(scopri di più)
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