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- Il soldato e il professore, a cura di Joana Salém Vasconcelos (Bibliotheka, 2026), offre per la prima volta la riproduzione fedele dei due interrogatori a cui Paulo Freire fu sottoposto nel 1964.
- Il “metodo Paulo Freire” - capace di insegnare a leggere e scrivere in sole 40 ore - terrorizzava i vertici militari, perché era visto come minaccia all’ordine costituito.
- Anche grazie all’elaborazione del trauma di questo scontro frontale con la violenza di Stato, il pedagogista scriverà, durante l’esilio in Cile, la Pedagogia degli oppressi.
Nel 1964, il Brasile venne sconvolto da un colpo di stato militare che instaurò una dittatura destinata a durare per oltre vent’anni. Tra le prime vittime della macchina repressiva vi fu Paulo Freire, uno dei più grandi pedagogisti del Novecento, all’epoca direttore del Serviço de Extensão Cultural dell’Università di Recife. Il volume Il soldato e il professore, curato con rigore filologico e storico da Joana Salém Vasconcelos (Bibliotheka, 2026), offre per la prima volta in testo integrale la riproduzione fedele dei due interrogatori a cui Freire fu sottoposto nell’ambito dell’Inchiesta di Polizia Militare (IPM). Il volume documenta un’accusa grottesca: quella di aver orchestrato «un metodo di politicizzazione mascherato da alfabetizzazione, sovversivo, che, secondo i militari, avrebbe ampliato l’adesione dei brasiliani al marxismo».
La “minaccia” del metodo Paulo Freire
La curatrice introduce l’opera delineando lo scenario cupo del Pernambuco del 1964. In un Brasile nel quale la popolazione adulta analfabeta era privata per legge del diritto di voto, l’efficacia del “metodo Paulo Freire” – capace di insegnare a leggere e scrivere in sole 40 ore – terrorizzava i vertici militari. L’estensione della base elettorale alle masse storicamente escluse era vista come una minaccia esistenziale all’ordine costituito. Il terrore dei golpisti per il potenziale emancipatorio di questa pedagogia emerge con chiarezza geometrica dalle domande pressanti degli inquisitori, i quali cercavano in ogni modo di dimostrare che, dietro i concetti di dialogo e di cultura, si nascondesse la destabilizzazione sociale. Durante i serrati confronti, l’autorità militare arriva a domandare esplicitamente al professore:
Sul motivo per cui il suo presunto metodo di alfabetizzazione distruggerebbe le gerarchie, e in particolare quella militare…
Contro la pedagogia autoritaria tradizionale

Ancora, mostrando un’ossessione quasi dogmatica per il controllo e la conformità delle parole, l’inquisitore incalza Freire chiedendogli «se il suo concetto di ordine […] non sia marxista» o se la sua «forma dialogica» non finisca per configurare «un dialogo impossibile, in teoria». Per la dittatura, l’idea stessa che un lavoratore potesse sviluppare un pensiero autonomo attraverso l’alfabetizzazione significava distruggere l’ordine naturale delle cose.
Se da un lato il testo evidenzia il panico ideologico dei militari, dall’altro offre una formidabile sintesi teorica del metodo freiriano, esposta dallo stesso pedagogista sotto la pressione dell’interrogatorio. Freire rifiuta radicalmente la pedagogia tradizionale e autoritaria (quella che in seguito definirà “pedagogia bancaria”), basata sulla passività dello studente e su nozioni calate dall’alto. Nei verbali emerge con forza il rifiuto dei metodi coercitivi di insegnamento. Lo scrivano militare annota, quasi con sconcerto, l’ostilità del professore verso i vecchi manuali, registrando «l’“orrore” del dichiarante per la rigidità dei sillabari tradizionali».
Paulo Freire: «Mai stato comunista»
Alle varie contestazioni, Freire risponde rivendicando la natura intrinsecamente libera e dinamica del suo approccio e spiegando che esso «rifiuta gli schemi rigidi perché castrano l’intelligenza umana». Per Freire, alfabetizzare non significa far ripetere meccanicamente sillabe prive di senso, ma creare “circoli di cultura” in cui l’apprendimento parte dalle “parole generatrici” legate alla vita quotidiana del discente. Il metodo si fonda sulla «forma dialogica» e sulla partecipazione attiva, un processo in cui l’educatore e l’educando imparano insieme, sviluppando una coscienza critica che i militari non potevano che bollare come sovversiva. Nelle pagine del secondo interrogatorio, datato 16 settembre 1964, emerge la strategia difensiva di Freire per disinnescare l’accusa più pericolosa in quel momento storico: l’affiliazione al comunismo internazionale. Quando gli viene domandato se «“abiura” e ripudia le dottrine comuniste», il professore risponde con finezza intellettuale e fermezza esistenziale:
Nel caso del dichiarante, non si addice l’espressione “abiurare”, poiché non è mai stato comunista, bensì ripudia tali dottrine. […] come cristiano, non ha mai visto in tali dottrine la soluzione vera e conforme agli aneliti dell’uomo. Ha sempre respinto le interpretazioni deterministiche di tale dottrina.
Per orientarsi fra testo e contesto
Ancorandosi alla sua identità di «cristiano cattolico, figlio di una tradizionale famiglia cattolica», Freire tenta di smontare il teorema inquisitorio della “minaccia rossa”, anche a costo di scivolare in dichiarazioni caute di fronte all’autorità golpista pur di preservare la propria vita e preparare la via per il futuro esilio. Uno dei meriti principali della curatela di Vasconcelos è il rifiuto di una narrazione agiografica dell’eroe mitologico. Il testo mostra la carne viva dell’interrogato, l’angoscia di un uomo che ha appena vissuto l’isolamento in una cella claustrofobica e che vede i propri colleghi perseguitati. Nelle pagine de Il soldato e il professore è possibile inquadrare non solo la cronaca di un abuso di potere, ma la genesi sotterranea di un capolavoro della pedagogia mondiale.
L’interrogatorio militare rappresenta, per definizione, la massima espressione dell’anti-dialogo: un dispositivo strutturato per incutere timore, oggettivare l’individuo, imporre il silenzio e spezzare la solidarietà. È proprio elaborando il trauma di questo scontro frontale con la violenza di Stato che Freire scriverà, pochi anni più tardi durante l’esilio in Cile, la sua opera fondamentale, la Pedagogia degli oppressi, dedicando riflessioni cruciali proprio alla teoria dell’azione anti-dialogica. La lettura del volume edito da Bibliotheka, in definitiva, risulta fondamentale per comprendere come il potere tema la cultura, e come la parola cosciente sia l’arma più formidabile contro ogni forma di oppressione.







