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- Il nuovo saggio di Matteo Righetto, Lo zen e l’arte di andare a funghi, invita a una riconnessione con il mondo naturale.
- L’autore distingue tra «fungaioli» predatori e «cercatori-raccoglitori» che si avvicinano al bosco con uno spirito di ricerca privo di pretese materiali.
- Il libro evidenzia il concetto di Wood Wide Web, una rete di funghi microscopici che unisce la vegetazione, dove i funghi possono “parlare” tra loro.
Il 7 luglio 2026 è uscito il nuovo saggio di Matteo Righetto, Lo zen e l’arte di andare a funghi, edito da Feltrinelli. Il volume non è un manuale di micologia né una guida escursionistica, bensì un saggio filosofico che eleva l’atto di cercare funghi a una vera e propria disciplina spirituale. La sua pubblicazione intercetta un crescente desiderio di rallentamento e di riconnessione con il mondo naturale, temi sempre più urgenti in una società dominata dalla frenesia e dall’iperconnettività. Righetto, noto per il suo profondo legame con la montagna e per il suo attivismo ecologista, propone una visione radicale ma delicata, che trasforma un’attività apparentemente banale in un percorso di conoscenza interiore e di resistenza pacifica contro le logiche della produttività e del consumo.
Il bosco come maestro di lentezza

Il cuore pulsante del saggio di Righetto risiede nell’idea che andare a funghi sia molto più di un passatempo. È un gesto antico, un rito di ritorno alle origini, una forma di meditazione laica che invita a un’esperienza di libertà e di pacifica disobbedienza alle imposizioni della modernità. L’autore descrive questa pratica come un atto sovversivo, un’opposizione silenziosa al frastuono del traffico, agli orari stringenti e alle agende fitte che caratterizzano la vita contemporanea. Per Righetto, inoltrarsi nel bosco significa abbandonare il sentiero battuto, avventurarsi nell’ignoto e, in questo smarrimento, trovare una via per comprendere se stessi. Egli distingue nettamente tra i «fungaioli», mossi da un’ottica predatoria e orientati al profitto, e i «cercatori-raccoglitori», che si avvicinano al bosco con uno spirito di ricerca privo di pretese materiali, animati da un desiderio di connessione e di scoperta.
Il bosco, in questa prospettiva, non è solo un luogo fisico, ma un maestro silenzioso che insegna senza spiegare, che mostra senza predicare. Le sue regole sono cristalline e implacabili: non tollera l’avidità, insegna a non accumulare, a scegliere con cura e a lasciare spazio. Righetto osserva con disappunto i «fungaioli» che tornano con zaini gonfi, preda di un’euforia diabolica, esausti e con lo sguardo sanguigno del predatore, incapaci di cogliere la lezione di equilibrio e rispetto che la natura offre. Al contrario, il cercatore autentico impara che la ricerca stessa è più importante della scoperta, che la lentezza è una forma di saggezza e che il limite non è una privazione, ma una misura.
L’internet della natura secondo Righetto
Un aspetto affascinante e profondamente attuale del saggio è il riferimento al Wood Wide Web, un sistema di comunicazione e scambio che unisce la vegetazione attraverso una rete di funghi microscopici. Questa «internet della natura», dove le piante fungono da terminali e i funghi da provider, dimostra come il bosco sia un organismo interconnesso e solidale. Righetto cita ricerche scientifiche che suggeriscono come i funghi possano “parlare” tra loro, utilizzando fino a 50 “parole”, un dato che amplifica la percezione di un universo vivente e comunicante. Questa visione, che affonda le radici nella filosofia orientale, invita a mettersi in ascolto, a lasciarsi condurre dalla lentezza e dalla scoperta, per fare pace con se stessi e con il mondo.
La ricerca filosofica e l’impegno ecologista di Righetto non si limitano alla scrittura, ma si esprimono anche attraverso altre forme d’arte. A settembre 2026, è atteso il suo film Per silenzio e vento, scritto e interpretato dallo stesso Righetto, con la regia del padovano Marco Zuin. Il film, che riprende i temi centrali dei suoi libri – il rapporto con la natura, la lentezza, il silenzio come forma di conoscenza – sarà presentato il 13 agosto a San Martino di Castrozza, nell’ambito di DolomitIncontri. Successivamente, sarà nelle sale cinematografiche il 21, 22 e 23 settembre. Questa trasposizione cinematografica testimonia la versatilità dell’autore e la sua capacità di veicolare messaggi profondi attraverso diversi linguaggi artistici, rafforzando l’idea che trovarsi tra vette e boschi sia, in ultima analisi, poesia e filosofia.
Per orientarsi fra testo e contesto
Lo zen e l’arte di andare a funghi si inserisce in un percorso di riflessione più ampio che Matteo Righetto ha intrapreso da tempo, culminato nel 2025 con la pubblicazione de Il richiamo della montagna. Questi due libri formano un dittico, due opere che si parlano e che condividono una medesima visione del paesaggio come luogo di conoscenza interiore e di resistenza silenziosa alla frenesia del mondo contemporaneo. Entrambi i volumi celebrano l’autentica simbiosi tra l’essere umano e l’ambiente, proponendo una rivoluzione culturale che si rifà alla spiritualità della montagna per recuperare l’ancestrale legame con la Terra.
Esiste una vasta tradizione letteraria e filosofica che ha esplorato il rapporto con la natura, dalla saggistica di Henry David Thoreau con il suo Walden, ovvero Vita nei boschi (1854), che invitava a una vita semplice e autosufficiente, alla poesia di Giacomo Leopardi che nella natura vedeva un interlocutore a cui rivolgere le sue domande ultime. Nel contesto contemporaneo, l’opera di Righetto risuona con le voci di autori come Robert Macfarlane, che nei suoi libri esplora il legame tra paesaggio, linguaggio e memoria, o di Peter Wohlleben, che con La vita segreta degli alberi (2015) ha rivelato la complessità e l’interconnessione del mondo vegetale.







