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- La neve gialla di Innokentij Fëdorovič Annenskij è un’antologia di trentasette poesie selezionate e tradotte dallo slavista Eridano Bazzarelli.
- La raccolta - variegata per temi, atmosfere, forme liriche - ospita poesie composte dopo il 1900.
- La scelta del titolo mette in evidenza un’alterazione coloristica legata a una condizione metereologica dominante in San Pietroburgo: la nebbia connessa alla luce lunare.
La neve gialla di Innokentij Fëdorovič Annenskij (1855-1909), appena pubblicata da Bibliotheka, è un’antologia di trentasette poesie selezionate e tradotte dallo slavista Eridano Bazzarelli all’interno dell’ampia produzione del drammaturgo, poeta e cultore di estetica russo. Bazzarelli ne offre una biografia particolareggiate e una diffusa presentazione degli studi e delle opere, intese a farne comprendere l’indole quanto gli interessi professionali, la vicinanza ai contemporanei e alle correnti culturali di primissimo Novecento in Russia.
E questo nonostante un isolamento che Annenskij sembra aver scelto, aver vissuto nell’impegno da professionista della scuola e anche per il profilo defilato testimoniato dalla pubblicazione di opere sotto pseudonimo. Il curatore ci informa in effetti che esistono studi sul comunque non abbastanza valorizzato intellettuale che già in vita fu costretto al silenzio, forse per la vicinanza espressa nei confronti delle morti di regime amministrate dal governo dentro e fuori dal territorio di influenza russa negli eventi bellici e di rafforzamento del potere che avvennero nel decennio che avrebbe preparato delle trasformazioni cruciali in Europa.
Perché per Annenskij la neve è gialla
La raccolta è variegata per temi, atmosfere, forme liriche, tratte da Canti sommessi (Tichie pesnie), e da Il cofano del cipresso (Kiparisovyi Larec), e composte dopo il 1900; altre raccolte furono pubblicate postume. La scelta del titolo mette in evidenza un’alterazione coloristica rispetto allo stereotipo della neve, legata a una condizione metereologica dominante in San Pietroburgo, la nebbia, connessa alla luce lunare. Come si evince in Angoscia nella fugacità, a pag 47:
Senza traccia è scomparso il giorno. Sempre più giallo, al balcone
Guarda il nebbioso disco lunare ancora senz’ombre
Il paesaggio notturno è associato alle aspirazioni non soddisfatte, alla tensione perduta oramai divenuta nitida visione di un fallimento non solo personale, e della quale il poeta prende atto: «Questa è la notte lunare di un sogno impossibile, così malinconica, gialla e malata, è la luna tra le nubi teatrali. / La luce delle strisce giallo-polverose» (La decorazione, pag 53). Cosicché anche in Domenica delle palme, definita da Balzanelli «una domenica di Pasqua senza resurrezioni» il paesaggio è definito da «gialle tenebre di un morto aprile» e dal «ghiaccio nevato destinato alla morte» (pag 57). Il suono dominante è lo «smorire delle campane a morto» mentre i Lazzari sono «dimenticati nella nera fossa».
Non solo giallo, gli altri colori della notte

Questo gruppo di poesie è dedicato all’angoscia (parola che ritroviamo nel titolo di tre poesie consecutive), alla morte e alle pratiche del lutto collettivo, sebbene tra l’una e l’altra composizione Bazzanelli ne incastoni una incentrata sul desiderio e sull’amore, che sono capaci di unire e al contempo mantengono una distanza, possono fondere due “io” senza però annullare il confine tra loro, sebbene appaiano «colmi dello stesso respiro». Anche questa immagine amplifica quella sviluppata dell’idea delle vele, fuse nella stessa tempesta ma che non riescono a sfiorarsi (Due vele della stessa barca, pag 51).
Tra le composizioni dolorose, in particolare in Nox vitae, il poeta raffigura il farsi della sera, che suscita sensazioni ambivalenti quali la piacevolezza del diminuire della luce o il desiderio di riposo, e un diffuso timore:
Come stranamente fusi il giardino e il cielo
Nel loro severo silenzio,
E come la notte ricorda la morte
A tutti
La neve gialla di Annenskij tra sogno e realtà
La dimensione notturna è illuminata dalla luce lunare, non sempre gialla, come già visto, ma anche «bianca, fredda, trasparente, inquieta luna raggio d’argento», cosicché «la notte ricorda la morte» (Nox vitae, pag 61). La contraddizione mette in luce un’antitesi profonda tipica dell’animo umano relativa all’esistente di cui gode, una ineliminabile domanda: «E tutto quello che ora sta qui / ed era prima azzurro, questo a chi serve?». Alla domanda segue una osservazione più che una risposta, un pensiero che si pone in dialogo con la domanda evocando una intuizione sulla consistenza dell’uomo: pur vivendo la fatica delle ombre e del buio, egli sente di non appartenere ad esse: «Ombre, ombre, non vi conosco / siete così estranee al cuore» (pag 61).
Parola chiave di tutta la raccolta è “sogno”, che esprime una aspirazione individuale impedita, uno status di impossibilità ad agire, un desiderio che non trova sbocco: «Questa è la notte lunare di un sogno impossibile» (La decorazione, pag 53). Ma la raccolta vuole collocarsi anche in una dimensione reale, contemporanea, essere in relazione con eventi storici e luoghi reali che Annenskji fa entrare nel suo mondo poetico, seppure in una dimensione tra realtà e sogno.
Per orientarsi fra testo e contesto
In questa chiave possiamo leggere la composizione che apre l’antologia La bambola di Vallen-koski ripetutamente gettata nei vortici di una cascata e altrettante volte ripescata per divertimento dei turisti. O, ancora, Oreanda, la città imperiale dal «bianco ardire di palazzi sulle alture» con i «portoni rabescati» nella quale il poeta ha cercato e ritrovato la propria anima, personificata a fianco di un cigno arruffato, e che sogna «una croce sulla bellezza illuminata dalla sofferenza» (pag 69).
Un tono di rovina e decadenza, se non di corruzione e cattiveria, aleggia intorno al «giallo vapore dell’inverno di Pietroburgo / Gialla neve che copre le lapidi», e sui deserti delle mute piazze «dove, prima dell’alba, si giustiziava la gente», sui cremlini, sui santuari che, a fronte di tanti errori, miraggi e lacrime, hanno lasciato il «veleno di sterili desideri» (pag 109).
La storia reale che rifluisce nella raccolta evoca lo Zar e i simboli del potere, come le vittime e i ribelli, senza nessuna pacificazione e possibilità di redenzione, ma non può che suscitare pietà e il senso della comune fragilità rispetto alla quale nessuno trova protezione. In questa dimensione di pericolo e di frantumazione, il poeta non teme la vita perché «con il suo incoraggiante rumore essa ci fa ardere» (pag 113).







