E-Mail: [email protected]
- L’invenzione della pioggia di Carol Ann Duffy è una raccolta poetica in massima parte composta da filastrocche.
- Il testo si avventura in una originale ricomposizione della genesi del mondo con il passo dei bambini, ma facendo l’occhiolino agli adulti.
- Il libro è arricchito dalle immagini di Elizabeta Keci, accattivanti e altamente evocative del senso più intimo delle composizioni poetiche.
Rain first came / when the woman whose lovely face / was the sky / cried (La pioggia per la prima volta giunse / quando la donna il cui bel viso / era il cielo / pianse)
L’invenzione della pioggia della poetessa e drammaturga scozzese Carol Ann Duffy, nella traduzione di Giorgia Sensi e Isabella Leardini e con le illustrazioni di Elizabeta Keci (Vallecchi, 2026), è in massima parte composta da filastrocche. Il testo si avventura in una originale ricomposizione della genesi del mondo con il passo dei bambini, ma facendo l’occhiolino agli adulti, probabilmente presupposti nella lettura dei testi e dei disegni. Così da ricomporre un ordine nuovo tra le cose e la realtà tutta.
Forse per questo, tra le interpretazioni poetiche che si susseguono nel tentativo di spiegare «le parole della poesia», con il ritmo di una nenia, quella con cui si chiude l’omonima composizione d’inizio della raccolta richiama «i pesci rossi / nel loro triste sacchetto di plastica alla fiera», «le monete nel cappello del mendicante», le «unghie di un gatto smarrito». Le parole della poesia, sembra dirci chi scrive, sono «chiodi che fissano alla pagina il vento», specchietti da borsa che «trattengono le lacrime sul viso». E sono dappertutto, perché vogliono raggiungerci lì dove siamo: «e tu eri lì», dice al lettore prima, e poi «le parole della poesia sono chi eri», come raggiungendolo nel suo passato.
Il viaggio magico di Carol Ann Duffy
Inizia così un viaggio in prima persona nell’ora in cui Mezzanotte in «dark-blu raincoat with hood», che ammicca e fuma il cigarillo (pag 12/13), incontra l’Una. «They kissed full on the lips / and then I slept»: il lettore, adulto o bambino, è trascinato in un’avventura che ha il sapore di un sogno magico e coraggioso attraverso le dimensioni dell’esistenza che suscitano paura e inquietudine.
A partire dal più smisurato dei mari, l’oceano con le sue tenebrose profondità trasformato negli occhi del poeta in coperta, «The ocean’s blanket is made of… », e all’interno del quale anche il lettore potrà trovare un posto. L’oceano diventa l’occasione, strofa dopo strofa, per incominciare un mirabolante nascondino tra gli abissi e le creature marine, grazie al quale «sotto la coperta dell’oceano non saremo mai trovati» (pag 17).
Guardare il buio per non averne paura

Molte composizioni sono dedicate alle paure e agli incubi suscitati da animali piccoli quanto fastidiosi (la vespa, le api, la falena) e a ciò che da sempre esercita un fascino sinistro (il buio, il sé profondo, la morte). Un sottile dialogo tra il sorriso e il sogno, quasi un gioco di antitesi tra ciò che si vede e ciò che può essere immaginato, tra le convinzioni corrette e ragionevoli che vorrebbero allontanare l’incubo, e il desiderio dei bambini di conoscere tutto abbracciandolo: è la misura finale raggiunta dalla poetessa e dalla sua poesia.
Queste «parole della poesia» smettono di essere un travestimento ludico e, invece, spostano la loro area di verità nelle profondità del desiderio più umano: «The dead like fine weather, their cold bones / grow warm in the soil». Anche in questa parte della raccolta torna l’immagine della coperta associata all’oscurità («The dark is only a blanket / for the moon to put on her bed») per suggerire cosa possa nascondersi nel buio e cosa il buio possa diventare se solo sappiamo guardarlo con il desiderio di entrare in sintonia con esso, e senza che esso diventi un nemico.
Sulla soglia del sonno della mia bimba
Diverse composizioni sono dedicate ai sentimenti dell’amicizia e dell’amore, riletti dalla poetessa attraverso oggetti e immagini capaci di metterne in evidenza le ambivalenze, i misteriosi travagli e gli inconsapevoli scivolamenti verso altre aree del sentire e dell’essere: «Let’s stay / forever in this tree, girl and shadow, shadow and girl… ». Queste associazioni, se possono rivelarsi appropriate per i bambini per l’immediatezza e la chiarezza razionale, non possono non toccare i grandi per la sincerità dell’ispirazione.
La raccolta, iniziata nell’atmosfera della notte e del sogno, si chiude con il sonno di bambina («at the edge of my child’s sleep»), cioè quel luogo che può essere custodito a patto che si resti a debita distanza, appunto «sulla soglia del sonno della mia bimba». Da qui, dice la poetessa, sebbene non si possa entrare, non ci si può allontanare né andare via. Evidentemente lo sguardo che vuole porre a conclusione della raccolta è quello dell’adulto, di chi il sonno dei bambini deve guardare e proteggere in quanto «dark, peaceful, sacred».
Per orientarsi fra testo e contesto
In L’invenzione della pioggia di Carol Ann Duffy, all’invenzione della poesia non è estranea una buona dose di autoironia e di distanza nei confronti di un modello di arte e di educazione troppo strutturato, entrambe sovraccariche di responsabilità e impegno nella tradizione occidentale. Così è colta nel mondo animale una lezione di concordia e solidarietà tutta da ridere in «Johan Sebastian Baa».
In tal senso, le immagini di Elizabeta Keci, accattivanti e altamente evocative del senso più intimo delle composizioni poetiche, utilizzano sapientemente il pieno del tratto – che ha l’effetto del carboncino -, i toni del grigio, ma anche le trasparenze, incorniciando o incastrando il testo e dando corpo e ombre alle parole.







