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famiglia Bertolucci

Attilio, Bernardo e Giuseppe Bertolucci: una famiglia di geni

Cinquant’anni di cultura in un libro che illustra ciò che accomuna il padre poeta con i due figli che hanno portato sul grande schermo un’analoga sensibilità artistica.
  • Bertolucci A-Z, pubblicato da Electa, è il quindicesimo titolo della serie “A-Z”.
  • L’opera si struttura in 85 lemmi, un numero che rimanda agli anni che Bernardo Bertolucci avrebbe compiuto nel 2026.
  • Il libro è il risultato raccoglie i contributi di un ampio numero di accademici, critici, ricercatori, amici e collaboratori.

Electa quest’anno ha dato alle stampe il quindicesimo titolo della serie “A-Z”, interamente dedicata alla dinastia Bertolucci. Non si tratta di una semplice narrazione biografica, bensì di un vero e proprio compendio culturale che parla di Attilio, Bernardo e Giuseppe Bertolucci, figure di spicco nel panorama artistico italiano del XX secolo. Il volume, intitolato Bertolucci A-Z, curato da Michele Guerra sceglie di non separare i singoli protagonisti, ma di intrecciarne i percorsi in un racconto collettivo.

Questa impostazione riflette la profonda interdipendenza che ha contraddistinto la famiglia Bertolucci. Come evidenzia il curatore, attuale sindaco di Parma e docente universitario, «non ci si può accostare in altro modo ad Attilio, Bernardo e Giuseppe e ogni studio ben fatto su ciascuno di loro non può non coinvolgere, ripetutamente, anche gli altri».

I tanti contributi nel volume Bertolucci A-Z

L’opera si struttura in ottantacinque lemmi, un numero che rimanda agli anni che Bernardo avrebbe compiuto nel 2026, e offre una prospettiva originale su un contesto culturale in cui poesia, cinema, teatro, letteratura, pittura e musica si sono fuse in un dialogo ininterrotto. Ogni voce è concepita come una “stanza” di una “casa poetica”, dove i tre Bertolucci si incontrano e si influenzano reciprocamente, generando una rete di rimandi e suggestioni che arricchiscono la comprensione della loro produzione artistica.

Il libro è il risultato di una collaborazione con la Fondazione Bernardo Bertolucci e raccoglie i contributi di un ampio numero di accademici, critici, ricercatori, amici di lunga data, collaboratori, produttori, registi, attori e scrittori. Tra gli autori delle voci figurano nomi illustri come Walter Veltroni, Tiziana Lo Porto, Fabien Gérard, Lucilla Albano, Roy Menarini, Gian Luca Farinelli, Paolo Lagazzi, Sofia Panza, Andrea Martini, Francesco Casetti, Vito Zagarrio, Filippo Bianchi, Sara Martin, Piero Spila, Alessio Vlad, Guido Conti e Jeremy Thomas. Ogni autore apporta il proprio punto di vista e la propria peculiare interpretazione, contribuendo a delineare un ritratto poliedrico e dinamico della famiglia Bertolucci.

La poesia come «esperanto familiare»

Al cuore di Bertolucci A-Z vi è l’idea che la poesia fosse l’autentico «esperanto di casa Bertolucci», una lingua comune che ha pervaso le diverse espressioni artistiche di Attilio, Bernardo e Giuseppe. Questa visione, proposta da Michele Guerra, sottolinea come, nonostante le differenti discipline artistiche abbracciate, un fil rouge poetico abbia unito le loro esistenze. Attilio, il padre, è stato un poeta di rara sensibilità, capace di redigere recensioni per la “Gazzetta di Parma” con una profondità che travalicava la mera critica. Bernardo, il figlio regista, ha tradotto questa sensibilità in immagini cinematografiche di straordinaria potenza, affascinando fin da giovane da figure come Martin Scorsese. Giuseppe, il fratello, si è distinto come autore teatrale irrequieto e innovatore, nonché come regista che ha contribuito al lancio di talenti come Roberto Benigni.

Il libro dimostra come il rapporto fra i tre non fosse unidirezionale, ma piuttosto un continuo scambio. Se è vero infatti che i figli hanno assimilato l’influenza paterna, è altrettanto vero che Bernardo e Giuseppe, con le loro esperienze e visioni, hanno contribuito a mutare lo sguardo di Attilio, arricchendo la sua produzione poetica. Questa dinamica è particolarmente evidente nel caso di Giuseppe Bertolucci, spesso definito il “Bertolucci minore” per la sua voce artistica autonoma. Giuseppe ha saputo ritagliarsi una propria strada, lavorando al fianco di Bernardo in numerosi film e, successivamente, diventando una figura chiave nella conservazione della memoria cinematografica italiana attraverso il suo impegno con la Cineteca di Bologna.

La «cinefilia» della famiglia Bertolucci

La “cinefilia” emerge come un altro tratto distintivo che ha accomunato i tre Bertolucci. In Attilio, questa passione si manifestava quasi come una “febbre” per i film di Murnau; in Bernardo, si traduceva in una visione radicale del cinema come strumento di espressione e indagine; in Giuseppe, si concretizzava nell’impegno per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio cinematografico. Questa passione condivisa ha alimentato un dialogo costante e ha contribuito a plasmare le loro identità artistiche, rendendoli figure imprescindibili per la comprensione della cultura italiana del Novecento.

E, a proposito di Novecento, un elemento di grande risonanza all’interno del volume è la celebrazione dei cinquant’anni dall’uscita dell’omonimo film, il kolossal cinematografico di Bernardo Bertolucci del 1976. Questo film, che racconta mezzo secolo di storia italiana attraverso le vicende parallele di Olmo e Alfredo, interpretati da Robert De Niro e Gérard Depardieu, è un’opera di dimensioni epiche, con una durata di 317 minuti nella versione originale. Il cast includeva anche Dominique Sanda, Stefania Sandrelli, Burt Lancaster e Donald Sutherland, con la fotografia di Vittorio Storaro e le musiche di Ennio Morricone.

Novecento, il capolavoro poco amato dal PCI

La première mondiale di Novecento al Festival di Cannes del 1976 scatenò un’ondata di elogi, critiche e polemiche estetiche e politiche a livello internazionale. Pochi mesi dopo, il film fu riproposto alla 35ª edizione della Mostra di Venezia, generando un ulteriore “polverone mediatico”. Walter Veltroni, ad esempio, ha ricordato la complessa reazione alla proiezione privata di Novecento organizzata da Bernardo Bertolucci per alcuni dirigenti comunisti. Giancarlo Pajetta, che aveva vissuto in prima persona la Resistenza, non si riconobbe nella rappresentazione della parte finale del film.

Bernardo Bertolucci stesso ha offerto una prospettiva complessa sulla sua opera, dichiarando: «Io sono borghese fino alle cellule più infinitesimali… la dolcezza di vivere della borghesia… nostalgia degli anni d’oro della borghesia in me, vera». Questa affermazione aiuta a comprendere il suo cinema, che è sempre stato un campo di tensione tra desiderio e ideologia, tra storia collettiva e memoria privata. Novecento stesso nasce come un gesto politico situato nel periodo del compromesso storico, quasi come fosse un rito. Tuttavia, i riti possono sfuggire di mano e la rottura con Pajetta segnò un punto di svolta fino all’abbandono, negli anni Ottanta, della tessera del partito.

Per orientarsi fra testo e contesto

La “geografia” dell’arte dei Bertolucci è un altro filo conduttore che attraversa il volume. Parma, la città natale di Attilio e luogo con cui Bernardo ha mantenuto un rapporto complesso per tutta la vita, è un punto di partenza fondamentale. Casarola, un piccolo centro nell’Appennino parmense, fu il rifugio in cui la famiglia trascorse parte della propria vita e dove riposano oggi Bernardo e Giuseppe. La capacità di trasformare i luoghi in materia poetica attraversa il suo cinema internazionale, dai paesaggi della Cina e del Nepal a quelli del Tibet e del Marocco, fino alle metropoli di Roma e Parigi.

Del resto, l’eredità dei Bertolucci, come emerge dal libro, è un ambiente da abitare, un luogo dove le contraddizioni non si risolvono ma convivono, dove il cinema resta un mito e i miti. Immergersi in questo “contesto domestico” implica accogliere l’idea di procedere senza schemi predefiniti, spostandosi tra ambienti diversi, intercettando narrazioni molteplici e temporalità divergenti. E in questo percorso, si manifesta una verità più profonda: «La solitudine può essere una tremenda condanna o una meravigliosa conquista». È da questa solitudine attraversata e trasformata in relazione che nasce sia il cinema dei Bertolucci figli sia la poesia del Bertolucci padre.


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