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- Nel 1850, Herman Melville interrompe la stesura di Moby Dick per analizzare un’opera di Nathaniel Hawthorne.
- Melville critica l’imitazione dei modelli europei da parte degli scrittori americani e afferma che «proprio oggi sulle rive dell’Ohio stanno nascendo uomini non molto inferiori a Shakespeare».
- Paolo Simonetti ha curato una nuova traduzione del saggio su Hawthorne, confluita nel volume L’arte del libro Leggere, recensire, pubblicare.
L’estate del 1850 segna una svolta cruciale nel percorso creativo di Herman Melville. (1819-1891). In un momento di intensa attività, mentre lavorava alacremente alla stesura del suo capolavoro, Moby Dick, Melville decide di interrompere il flusso narrativo per dedicarsi a un’analisi approfondita di Muschi da una vecchia canonica, una raccolta di racconti di Nathaniel Hawthorne, pubblicata quattro anni prima.
L’articolo che ne scaturisce, suddiviso in due parti e pubblicato sul Literary World sotto lo pseudonimo di un virginiano in vacanza nel New England, si rivela ben più di una semplice recensione. Si tratta, in realtà, di una vera e propria dichiarazione di intenti poetici. Melville, con audacia, contesta l’idea di una presunta inferiorità delle lettere americane, arrivando ad affermare che «proprio oggi sulle rive dell’Ohio stanno nascendo uomini non molto inferiori a Shakespeare».
Un manifesto per la letteratura americana
In linea con le idee espresse da Ralph Waldo Emerson nel suo saggio The American Scholar del 1837, Melville denuncia la tendenza degli scrittori americani a imitare i modelli europei, in particolare quelli inglesi. Al contrario, lo scrittore proclama con forza che «il grande errore, anche tra quegli americani che attendono con ansia l’avvento di un grande genio letterario nel nostro paese, sta nel credere che debba giungere in costume elisabettiano».
Sebbene non arrivi a sostenere che Nathaniel Hawthorne di Salem superi o eguagli il William Shakespeare di Stratford-upon-Avon, Melville asserisce che la distanza tra i due autori non è affatto incolmabile. A suo avviso, Hawthorne è uno dei «maestri della grande Arte di dire la Verità», capace di «stregarti con la sua luce solare… appena oltre c’è l’oscurità della tenebra».
È proprio questa «forza dell’ombra» ad attirare irresistibilmente Melville, che in quei mesi era profondamente immerso nella frenetica composizione dell’infernale caccia di Ahab e nel «vago, indefinibile orrore» che la Balena Bianca suscitava nell’animo di Ishmael. Il saggio su Hawthorne e i suoi muschi rivela molto più su Melville che su Hawthorne stesso. Non a caso, nelle edizioni inglesi di Moby Dick, spesso è incluso come testo fondamentale per comprendere le intenzioni più profonde di un’opera che verrà dedicata proprio ad Hawthorne «in segno di ammirazione per il suo genio».
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Melville, osservatore del mondo editoriale
In Italia, il saggio ha avuto una circolazione limitata. Per questa ragione, l’iniziativa di Paolo Simonetti di proporne una nuova traduzione nel volume L’arte del libro Leggere, recensire, pubblicare (Galaad, 2024) è particolarmente lodevole. A quest’opera classica, Simonetti aggiunge due scritti di Melville presentati per la prima volta in italiano: una recensione de Il Corsaro rosso di James Fenimore Cooper e il più tardo La casa del poeta tragico, un saggio pensato come introduzione a un volume di poesie e brevi prose mai pubblicato, noto come Burgundy Club sketches.
L’obiettivo di Simonetti è quello di mettere in luce alcuni aspetti della vicenda artistica di Melville che spesso rimangono in ombra. Melville, infatti, non è soltanto uno scrittore, ma anche un meticoloso osservatore delle complesse interazioni tra la scrittura, il mondo editoriale e il pubblico. Secondo Simonetti, Melville andrebbe considerato come un intellettuale attivo, in grado di analizzare con chiarezza i cambiamenti che l’editoria subì nell’Ottocento fino a rivoluzionare la forma del libro, le dinamiche di mercato e il legame con i fruitori.
Il libro come oggetto simbolico moderno
La scelta di tradurre la recensione che Melville dedica al romanzo di Cooper si spiega con la volontà di esaminare l’oggetto libro «come artefatto simbolico, quasi antropomorfico». Melville lamenta un tipo di rilegatura che, a suo giudizio, non si adatta allo «stile dei pirati» e che rischia di mascherarne o fraintenderne il significato più profondo.
Nell’introduzione, Simonetti ripercorre i difficili e spesso conflittuali rapporti di Melville con l’ambiente letterario del suo tempo, evidenziando come la sua determinazione a scrivere “a modo suo” si scontrasse ripetutamente con le aspettative di editori, critici e con un pubblico che solo raramente ne coglieva la profondità. Non a caso, Simonetti fa seguire alla nuova traduzione del «testo critico viscerale e visionario» su Hawthorne il saggio meno noto ma significativo La casa del poeta tragico, in cui il divario tra autore e pubblico si manifesta «ome distanza, spaziale e temporale, ormai incolmabile».
In uno scenario che preannuncia la Terra desolata di Eliot, le rovine di Pompei vengono descritte come il simbolo della condizione del poeta contemporaneo, che dimora in un mondo spopolato e in rovina, dove la forza creativa della poesia non trova più spazio. Di particolare interesse sono le riflessioni affidate a un critico che esprime un parere onesto sui versi del poeta. A detta di questo personaggio, i responsabili delle case editrici sono costantemente alla ricerca di qualcosa di nuovo, eppure si dimostrano sospettosi di fronte all’effettiva novità, come se si trovassero al cospetto di una belva feroce.
In altre parole, gli editori tenderebbero a voler pubblicare soltanto quanto già conosciuto, ma con una parvenza di originalità: gli stessi schemi narrativi, le stesse tematiche, riadattate in funzione delle tendenze del momento.
Per orientarsi fra testo e contesto
L’opera di Melville, come evidenziato da Paolo Simonetti, si rivela un crocevia di riflessioni profonde sulla creazione letteraria, il ruolo dell’autore e la responsabilità del lettore. Attraverso l’analisi di figure chiave come Hawthorne e Cooper, Melville delinea un quadro complesso del panorama letterario americano del XIX secolo, anticipando tematiche che risuonano ancora oggi. La sua critica all’editoria e al mercato del libro, così come la sua riflessione sulla condizione del poeta moderno, offrono spunti di riflessione di grande attualità.
Per fare un paragone con un’opera che ha coltivato le stesse ambizioni di Moby Dick bisogna arrivare al 1975, quando Stefano D’Arrigo fece pubblicare il suo Horcynus Orca di cui quest’anno ricorre il cinquantenario. Questo romanzo, considerato uno dei capolavori della letteratura europea del Novecento, non a caso mette al centro un “mostro” marino, alla stessa stregua del romanzo cult di Melville.








