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- Il saggio di Walter Siti, Il romanzo sotto accusa, ripercorre le vicende di un genere più volte «messo sotto processo, o querelato, o condannato pubblicamente».
- Il «Romanzo Serio», da fratello maggiore dei generi narrativi minori, è ora degradato a «vecchio zio rincoglionito».
- La domanda fondamentale che emerge è se il romanzo abbia ancora la capacità di produrre «una bellezza autentica e imprevedibile».
Il 23 giugno 2026 è uscito da Rizzoli Il romanzo sotto accusa (per non parlare dei versi) di Walter Siti. L’opera è una riflessione sulla evoluzione, la percezione e il ruolo del genere letterario più letto nella società moderna. Una riflessione che emerge dalla raccolta di saggi, in parte inediti, presente nel volume. Siti, curatore delle opere di Pasolini ed ex docente universitario, conduce un’indagine «provocatoria e spudorata» sulla parabola del romanzo, con significative incursioni anche nel mondo della poesia. Vincitore del Premio Strega nel 2013 con Resistere non serve a niente (Rizzoli, 2012), Siti ci invita a riflettere su come il romanzo sia passato dall’essere uno strumento «dalla parte del Diavolo» a un prodotto di consumo, un «luogo sicuro, inclusivo, che si autocensura».
La storia di questo genere letterario è costellata di accuse e censure, di dibattiti accesi e di processi pubblici. Fin dalla sua nascita, ha suscitato reazioni contrastanti, spesso venendo additato per la sua oscenità, blasfemia o per il suo antipatriottismo. Siti, nel saggio eponimo della sua raccolta, originariamente scritto venticinque anni fa, ripercorre queste vicende, ricordando come il romanzo sia stato più volte «messo sotto processo, o querelato, o condannato pubblicamente». Le accuse sono state molteplici: dalla diffamazione privata al pessimismo, fino all’induzione al suicidio.
Un esempio emblematico è il processo a Madame Bovary, dove il difensore di Gustave Flaubert tentò di scagionare l’opera sottolineando il tragico epilogo della protagonista, ma l’accusatore Ernest Pinard ribatté con acume che «in tutto il libro non c’è un solo personaggio che possa farle abbassare la testa». Un’osservazione che rivela la natura intrinseca del romanzo, la sua capacità di esplorare i «luoghi ostinati e oscuri dell’individuo e della comunità», senza offrire facili redenzioni o morali consolatorie.
Romanzo civile vs romanzo tour court

Per contrastare la presunta natura “diabolica” diabolica, è sorto il cosiddetto “romanzo civile”, un genere che si proponeva come strumento educativo e di propaganda. Regimi autoritari, come quelli fascisti o sovietici, ne hanno fatto ampio uso per veicolare messaggi ideologici e formare il “nuovo cittadino”. Ma anche le democrazie, come l’Italia unita con il celebre Cuore di Edmondo De Amicis (Treves, 1886), hanno arruolato il romanzo per scopi pedagogici. Siti ricorda l’aneddoto del presidente Abraham Lincoln che, incontrando Harriet Beecher Stowe, autrice de La capanna dello zio Tom (John P. Jewett & Company, 1852), la omaggiò dicendo: «Ecco la piccola donna da cui è nato questo grande incendio», riferendosi alla guerra contro la schiavitù.
Tuttavia, come sottolinea l’autore, la percezione delle opere cambia nel tempo: oggi, dare a un afroamericano l’appellativo di “zio Tom” è considerato un’offesa. Questo dimostra l’ambiguità intrinseca del romanzo, la sua capacità di essere interpretato in modi diversi a seconda del contesto storico e culturale. In sostanza, il romanzo è l’espressione più idonea inventata dall’umanità per racchiudere la realtà all’interno delle maglie del desiderio e per smascherare i desideri stessi, confrontandoli con una realtà spesso deludente.
Lo zucchero per bere l’amara verità
Nel corso dei secoli, il romanzo ha cercato di eludere le accuse e le censure, presentandosi talvolta come puro intrattenimento, un “piacere infantile dell’ascoltare storie”. Questa strategia, definita da Siti come un «piacere preliminare» in senso psicanalitico, o come lo «zucchero da mettere all’orlo del bicchiere per far bere l’amara medicina della verità» (un’eco della poetica tassiana), ha permesso al genere di sopravvivere e prosperare. Con il sedimentarsi dei secoli, la cultura occidentale ha progressivamente creato un “canone” di romanzi classici.
Tra le opere considerate indiscutibili rientrano: Don Chisciotte (Juan de la Cuesta, 1605-1615), La principessa di Clèves (Claude Barbin, 1678), Le relazioni pericolose (Durand Neveu, 1782), I viaggi di Gulliver (Benjamin Motte, 1726). Mentre, fra i nomi di romanzieri spiccano quelli di figure come Jane Austen, Emily Brontë, Stendhal, Balzac, Melville, nonché dei grandi romanzieri russi. Senza dimenticare Kafka, Céline, Proust e quelle che Franco Fortini definiva «le dame della buona morte»: Virginia Woolf, Karen Blixen e Marguerite Yourcenar. Questo canone si estende fino ai giorni nostri e include autori come Kundera, Oates, Carrère e Grossman.
L’avvento dello “Scrittore di Romanzi Seri”
La critica otto-novecentesca ha individuato le caratteristiche fondamentali di questo canone: l’ambivalenza, la dialogicità «plausibile e carnevalesca», lo spessore e la coerenza dei livelli narrativi, la quota di realismo unita alla visionarietà. Ma soprattutto, il romanzo è stato riconosciuto come una forma insostituibile di conoscenza, l’unica (o la principale) capace di esprimere «ciò che non sapevamo di sapere». Il romanziere, in questa prospettiva, non è il padrone assoluto della sua opera, ma lascia affiorare «i nessi inconsci che ossessionano lui e il mondo che lo circonda». Il romanzo, in un certo senso, riflette la complessità intrinseca della vita: «L’ombra è luce e la luce è ombra: il romanzo sta dalla parte del diavolo quando Dio si fa istituzione, dalla parte di Dio quando il Diavolo trionfa nei suoi peggiori travestimenti».
Con la “morte” dell’epos e della tragedia, il romanzo si è conquistato il ruolo di “fratello maggiore” nella variegata famiglia dei generi letterari. Più disponibile e onnivoro della lirica, più libero del teatro e del cinema (e delle serie televisive) dalle stringenti necessità industriali e finanziarie, più rispettabile della satira, del comico e dell’epigramma. Questo ruolo di preminenza ha portato il “romanzo serio” ad assumere responsabilità, a farsi “serioso”, a credere di poter diventare la «coscienza onirica del mondo”. Lo “Scrittore di Romanzi Seri” ha acquisito uno status sociale, quello di un intellettuale solitario, dedito alla riflessione sui «tempi lunghi e sul destino generale». Perfino i dibattiti degli anni Sessanta del secolo scorso sulla “scomparsa dell’autore” non fecero che amplificare la credenza che lo “spirito del tempo” si manifestasse attraverso di lui.
Dai generi minori alle tante “narrazioni”
Questo atteggiamento di superiorità ha portato il Romanzo Serio a considerare con benevolo o infastidito paternalismo gli scrittori di consumo, quelli dediti ai generi “minori” come il polar, la fantascienza, l’horror, i legal thriller, le spy story e i romanzi rosa. Gli “scompartimenti erano stagni”, e sebbene lo strutturalismo avesse iniziato a erodere queste barriere, i suoi avvertimenti non furono subito recepiti. Solo in seguito si dovette ammettere che autori come Georges Simenon, Stephen King e Philip Dick erano degni del canone e delle «collane editoriali vestite a lusso». Tuttavia, questo “leggero terremoto” fu compensato dal fatto che l’intero “concerto culturale” cominciò a parlare in termini di “narrazioni”. La cronaca, la politica, l’indagine storica, l’antropologia, la psicologia e persino la ricerca scientifica avevano tutte una propria storia da raccontare.
Questo concentrarsi eccessivamente sul proprio ambito, protrattosi per alcuni anni, si è rivelato deleterio. I generi precedentemente considerati di minor valore hanno progressivamente riacquistato rilevanza: il giornalismo ha preteso una narrazione sempre più pressante e drammatica, la scienza si è stancata di analogie imprecise, le celebrità dello spettacolo hanno iniziato a pubblicare scritti riflessivi, le serie televisive hanno offerto prodotti diversificati per ogni tipo di pubblico e la poesia ha dimostrato la sua capacità di esistere senza vincoli metrici. Nel frattempo, il repertorio culturale occidentale si è sgretolato sotto la spinta delle istanze femminili, queer e della globalizzazione.
La ricerca di una nuova autenticità

Mentre la storia riprendeva a “correre”, il Romanzo Serio si è ritrovato isolato, confinato quasi in una “riserva indiana” o in una “trincea”, o forse in una «bolla da cui partono sporadici lampi» – come La vegetariana di Han Kang – che si dissolvono in un mercato ormai sconosciuto. Da “fratello maggiore”, il romanzo è degradato a «vecchio zio rincoglionito», tenuto in vita dagli “eroici” lettori forti: adolescenti inquiete, intellettuali organici, professoresse in pensione. Questa immagine, vivida e un po’ malinconica, dipinge un quadro di un genere che ha perso parte della sua centralità e della sua capacità di incidere profondamente sulla società. Walter Siti si interroga su questa trasformazione, chiedendosi se gli scrittori possano ancora esistere opponendosi alle “retoriche mainstream”, sorprendendo sé stessi e i lettori.
Il romanzo, che nella sua storia moderna si caratterizzava per essere il genere che «scrive ciò che è proibito e per questo si mette nei guai», oggi «si pone come compito il progresso dell’individuo e della società, che della speranza si è fatto un emblema […] un luogo sicuro, inclusivo, che si autocensura». Questa autocensura, questa ricerca di un “luogo sicuro”, solleva interrogativi cruciali sulla capacità del romanzo di produrre ancora «una bellezza autentica e imprevedibile». La riflessione di Siti si estende anche all’impatto delle nuove tecnologie e delle nuove forme di espressione sulla scrittura. Dalla precisione di Dante e Gadda alla forza visionaria di Genet e Campana, fino ai versi di Penna e Montale, l’autore traccia un percorso che arriva alle liriche dei trapper e alle narrazioni ibride fatte con l’Intelligenza Artificiale.
Per orientarsi fra testo e contesto
La raccolta di saggi di Walter Siti in Il romanzo sotto accusa (per non parlare dei versi), è fondamentale per chiunque voglia comprendere le dinamiche e le sfide che il romanzo, e più in generale la letteratura, affrontano nel ventunesimo secolo. Tra le opere precedenti dell’autore, oltre al già menzionato Resistere non serve a niente, si possono citare romanzi come Troppi paradisi (Mondadori, 2006), un’indagine cruda e onesta sulla contemporaneità, o Scuola di nudo (Rizzoli, 2014), che prosegue la sua indagine suelle fragilità umane e sulle contraddizioni della società. Anche Il contagio (Mondadori, 2008) e I figli sono finiti (Rizzoli, 2017) offrono spunti di riflessione sulla condizione umana e sulle relazioni interpersonali. La sua opera più recente, Bruciare tutto (Rizzoli, 2023), continua a sondare i limiti e le possibilità dell’individuo in un mondo in costante mutamento.







