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Flashlight

«Flashlight» di Susan Choi e la moda di non tradurre i titoli

Il sesto romanzo della scrittrice americana è uscito in Italia da Mondadori che ha deciso, seguendo un certo andazzo cinematografico, di mantenere il titolo originale.
  • Flashlight, il sesto romanzo di Susan Choi, è uscito in Italia senza che Mondadori abbia voluto tradurre il titolo in italiano.
  • Il romanzo si apre con la scomparsa misteriosa del padre di Louisa, Serk, un evento che innesca una saga familiare che si estende per decenni e continenti.
  • La vicenda di Serk illumina una parte di storia spesso trascurata: quella dei coreani vissuti in Giappone durante e dopo l’occupazione coloniale.

Il sesto romanzo di Susan Choi, Flashlight (Mondadori, 2026) è stato candidato al Booker Prize 2025. L’autrice, riconosciuta come una delle voci più incisive della letteratura asiatico-americana insieme a Viet Thanh Nguyen, nella sua nuuova opera ci trasporta in un viaggio emotivo che ha inizio con un evento tanto enigmatico quanto traumatico.

Il racconto si apre con una scena in cui Louisa e suo padre, Serk, si avventurano su un frangiflutti. I loro passi li allontanano progressivamente dalla sicurezza della riva. La madre, Anne, è assente, reclusa nella casetta in affitto, probabilmente a letto. In un momento di vulnerabilità, il padre confessa a Louisa di non aver mai imparato a nuotare, un dettaglio che assume un’eco sinistra quando, poche ore dopo, la bambina viene ritrovata sul bagnasciuga in preda a ipotermia, con una torcia ai suoi piedi, mentre del padre non vi è più traccia. La sua scomparsa, avvolta nel mistero tra l’ipotesi di un suicidio o l’effetto di un’onda anomala, diventa il catalizzatore di una saga familiare che si dipana attraverso decenni e continenti.

Perché Flashlight non è stato tradotto?

Flashlight, la cui traduzione in italiano è “torcia elettrica”, segue il modello cinematografico degli ultimi anni che tende a non tradurre i titoli inglesi originali. Nel caso del romanzo di Susan Choi, questa tendenza viene in parte stemperata dal sottotitolo (Una torcia nella notte). Resta il fatto che non si giustifica la “pigrizia” di questa scelta. Basti pensare che il vincitore del Booker Prize 2025, Flesh di David Szalay, è stato tradotto nella edizione italiana pubblicata da Adelphi con Nella carne. Segno di uno stile editoriale diverso tra le due case editrici.

Se poi si collega il romanzo al filone delle grandi narrazioni familiari che hanno dominato la scena americana a cavallo del nuovo millennio, da Le correzioni di Jonathan Franzen a La trama del matrimonio di Jeffrey Eugenides, fino a Eccomi di Jonathan Safran Foer, aver lasciato il titolo originale di Susan Choi appare ancora più incomprensibile. Anzi, rischia di appannare la portata di una prospettiva unica, arricchita dalla sua eredità coreano-americana, che permette di affrontare questioni di appartenenza e di memoria storica con una profondità e una sensibilità particolari.

Tra Corea e Giappone, le radici dell’assenza

La prima metà del romanzo è dedicata alla ricostruzione delle vite dei genitori di Louisa, Serk e Anne, personaggi la cui complessità e imperscrutabilità definiscono gran parte della narrazione. Serk, nato in Corea e cresciuto in Giappone durante la guerra, incarna il dramma di chi è diviso tra due nazionalità, un conflitto interiore che lo spinge a cercare rifugio negli Stati Uniti. La sua decisione di trasferirsi in America per completare gli studi e intraprendere una carriera come insegnante è un tentativo di prendere le distanze dalle sue origini. In fondo, è l’illusione di poter sfuggire a un passato che continua a perseguitarlo. Il suo stesso nome, Serk, è un’americanizzazione del suo vero nome coreano, Seok, a sua volta subentrato al nome giapponese, Hiroshi, un simbolo della sua identità fluida e in costante mutamento.

Anne, la madre, è altrettanto enigmatica. Rimasta incinta a diciannove anni e privata del figlio, ha vissuto a lungo sotto il peso di questa privazione, trovando una parvenza di normalità soltanto dopo aver sposato Serk e aver dato alla luce Louisa. La sua assenza dalla prima scena del romanzo è giustificata da una forma di paralisi deambulatoria, sviluppatasi dopo il trasferimento della famiglia in Giappone, che la costringe sulla sedia a rotelle. Questa condizione fisica è una potente metafora della sua paralisi emotiva, della sua incapacità di connettersi pienamente con la figlia e con il mondo circostante. Serk e Anne vengono dipinti come figure quasi del tutto inaccessibili, sia per Louisa che per il lettore:

Anne, la strana bianca che aveva sposato un forestiero; Serk, lo straniero insolito che aveva sposato una donna bianca.

Il nucleo della narrazione di Flashlight

L’eredità di assenza, privazione e sradicamento è il fardello che Louisa si trova a dover amministrare. La sua ricerca di un principio di ordine, il desiderio di colmare i vuoti e le spezzature lasciatele in eredità, costituisce il nucleo emotivo della narrazione. Louisa sogna una vita che somigli a un romanzo ottocentesco, dove i personaggi non cambiano a ogni capitolo, un desiderio che riflette la sua profonda necessità di stabilità e coerenza in un’esistenza segnata dalla frammentazione.

La seconda parte del romanzo, ambientata dieci anni dopo l’incidente, la vede studentessa di college, ormai estraniata dalla madre e con il padre avvolto nel mito di una scomparsa “bianca”, senza un corpo da piangere. Le sue peregrinazioni e il progressivo rafforzarsi del legame con il fratellastro Tobias, incontrato per la prima volta da bambina, scandiscono le ultime duecento pagine. Tobias sembra essere l’unico in grado di aiutarla nella faticosa ricerca di un’integrità, dentro un barlume di connessione in un mondo di distacco.

La frammentazione narrativa in Flashlight

La struttura di Flashlight riflette il senso di disorientamento e dispersione condiviso dai protagonisti. Choi opta per un andamento deliberatamente frammentato, con un costante slittamento del punto di vista che rimbalza da un personaggio all’altro, come una “pallina impazzita”. Questa scelta narrativa serve a riprodurre l’esperienza di una memoria lacunosa e di un’identità sfuggente.

La metafora della torcia, presente nel titolo non tradotto in italiano e che attraversa tutta la narrazione, simboleggia la natura parziale e intermittente della conoscenza: l’autrice procede per lampi, rivelando un dettaglio qui, un frammento là, ma lasciando il resto nell’ombra. Soltanto proseguendo nella lettura, il lettore, armato di una torcia simbolica, può sperare di svelare la vera identità del padre di Louisa e comprendere perché la sua sparizione sia destinata a rimanere senza una spiegazione pienamente soddisfacente.

Oltre al tema dell’assenza, Flashlight illumina una parte di storia spesso trascurata dalla narrativa occidentale: quella dei coreani vissuti in Giappone durante e dopo l’occupazione coloniale, e delle famiglie che scelsero – o furono costrette – a rientrare nel regime di Pyongyang. Le principali decisioni politiche, le promesse del dopoguerra e il segreto che avvolge la Corea del Nord alimentano le pagine come forze invisibili che infrangono i legami più profondi. La storia di Serk, che cerca di rifarsi una vita in America occultando il suo passato, mentre i suoi parenti si trasferiscono in Corea del Nord, è un potente esempio di come gli eventi macro-storici possano avere un impatto devastante sulle vite individuali.

Per orientarsi fra testo e contesto

Choi non è nuova a esplorare le complessità dell’identità e dello sradicamento. I suoi primi libri, come The Foreign Student (HarperCollins, 1998), del quale Flashlight può essere considerato una versione matura, e A Person of Interest (Viking, 2008), meritano una traduzione (possibilmente fin dal titolo) per comprendere l’evoluzione di Choi e la sua costante ricerca di nuove forme narrative per raccontare l’esperienza umana.

Nel suo precedente romanzo, Esercizi di fiducia (Sur, 2019), vincitore del National Book Award, Choi mette in discussione la veridicità dei ricordi, suggerendo che la realtà possa essere più fluida e manipolabile di quanto si creda. La narrazione frammentata e i punti di vista mutevoli di Esercizi di fiducia anticipano le tecniche utilizzate in Flashlight, dimostrando una coerenza stilistica e tematica nell’opera dell’autrice.

Susan Choi appartiene a quegli esponenti della letteratura coreano-americana, inaugurata nel 1995 da Infiltrato di Chang-Rae Lee (purtroppo irreperibile in Italia), che ha trovato in autori come Ed Park (Maledetti colleghi, Fazi Editore, 2010) e Min Jin Lee (Amori e pregiudizio, Einaudi, 2017 e Pachinko, Einaudi, 2017) voci di primissimo piano. Tuttavia, Choi si distingue come l’autrice più matura e convincente di questa corrente, in quanto capace di coniugare una profonda sensibilità psicologica con una vasta conoscenza storica e culturale. Per questo può essere paragonata ad autrici come la premio Nobel Han Kang e il regista Bong Joon Ho, entrambi coreani.


Articolo ibrido in cui i contenuti selezionati dall’AI sono stati rivisti da un essere umano.(scopri di più)
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