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Can Xue La vecchia nuvola fluttuante

«La vecchia nuvola fluttuante» della scrittrice cinese Can Xue

«Colmi di pioggia, i grandi fiori bianchi del gelso erano diventati pesanti. Uno cadde a terra con un paf». Recensione di un romanzo caratterizzato da una strana allucinazione.
  • La vecchia nuvola fluttuante è l’ultimo romanzo tradotto in Italia della scrittrice cinese Can Xue.
  • Il testo cela l’oggettività in favore di una narrazione lirica, soggettiva e progressivamente allucinata.
  • Can Xue, pseudonimo di Deng Xiaohua, è stata tra le favorite per il Premio Nobel per la Letteratura 2024.

Il 12 giugno 2026 è uscito, per i tipi di Utopia editore, il romanzo di Can Xue, tradotto dal cinese da Maria Rita Masci e intitolato La vecchia nuvola fluttuante. Un romanzo, forse più di un racconto, incastrato in tre capitoli e una conclusione.

Colmi di pioggia, i grandi fiori bianchi del gelso erano diventati pesanti. Uno cadde a terra con un paf.

L’inizio della narrazione e alcuni momenti di trapasso sembrano affidati al cambiamento del tempo metereologico, all’alternarsi dei fiori, alla deposizione delle uova, alla schiusa e al ritmo di maturazione degli insetti. Il luogo in cui si svolge l’azione è una casa o forse un gruppo di case intorno a un cortile sul quale si affacciano delle finestre. Gli abitanti, malgrado le ridotte dimensioni delle strutture abitative, non hanno rapporti di cordialità, riservano gli uni agli altri sorrisi cattivi ed espressioni beffarde o ghigni, frasi sibilline ed ellittiche, gesti dai quali è bandita ogni forma di umanità che conduca a incontrarsi e conoscersi. La comunità base sembra formata da due coppie, solo una delle quali ha una figlia. La stagione è quella dei fiori di gelso con i quali Mu Lan, moglie di Geng Shanwu e madre della giovane e impertinente Fengjiun, una mattina prepara una zuppa.

I gelsi ne La vecchia nuvola fluttuante

È la zuppa di gelsi e dei tanti altri fiori che danno sostentamento alla comunità, evidentemente molto povera, la fonte di allucinazione e obnubilamento dai quali discendono i comportamenti abnormi, l’atmosfera di sogno e incubo, il ritmo allucinato dei pensieri e dei discorsi? Sicuramente gli spazi destinati ai nuclei familiari sono ridotti, divisi mediante tramezzi di legno che non garantiscono la privacy, né proteggono dalle intemperie, dall’eccesso di caldo, di freddo, dagli insetti, da topi, da piccoli volatili che, della casa, condividono con gli uomini il regno.

Che ci vogliono fare con questi fiori? Appena li vedo mi viene appetito, non ha senso, allora li mangio e li rimangio, e mi confondo così tanto che non so dove mi trovo.

Lo sviluppo tecnologico e sociale della comunità sembra aprirsi alle novità degli insetticidi, al treno, a più sicure protezioni delle abitazioni fatte di ferro, a farmaci che curano nevrosi e nevrastenie, ai trattamenti delle psicosi. Eppure certamente, nel corso dei tre capitoli, il lettore indovina che questa è la parte più povera di una comunità vicina alla natura per ragioni di sopravvivenza: le abitazioni di legno, nessuna campagna di disinfestazione da pidocchi e pulci, il necessario ricorso a prodotti naturali dei quali si è smarrita la conoscenza, che le comunità contadine detengono pienamente come strumento essenziale di attaccamento alla vita.

Lavoro e famiglia, la società del controllo

Le relazioni con l’autorità del luogo sono misteriose, incutono timore: i protagonisti lavorano in ufficio, sotto il controllo di capi dipartimento che si infilano nelle case, litigano, spiano e con ogni probabilità esercitano forme di controllo di massa. Come, d’altra parte, fanno anche i genitori, sfruttando la promiscuità forzata delle abitazioni, la povertà e il furto che pian piano nel corso della narrazione si profilano come dimensioni dell’esistenza.

La comunità non è libera o vive una parziale libertà: intorno alle coppie appaiono e sono radicati alcuni genitori di condizione economica e sociale apparentemente più stabile e definita che non accettano le scelte dei figli e li perseguitano.

Il testo non dichiara esplicitamente alcuna informazione, anzi cela l’oggettività in favore di una narrazione lirica, soggettiva e progressivamente allucinata e da sogno attraverso un linguaggio che, dal primo al secondo capitolo e ancora di più dal secondo al terzo, evita la rappresentazione naturalistica dei luoghi, degli eventi, delle condizioni psichiche dei personaggi che si accusano reciprocamente di follia e malattia mentale. Il lettore deve individuare prima l’alternanza degli interlocutori e degli attori, poi indovinare i punti di vista incrociati sulle medesime azioni che sembrano ritornare identici sotto la lente prima di Kuang, poi di Xu Ruhua, di Kuang e di sua madre. Una narrazione ciclica, nella quale il cerchio non si chiude; una reiterazione di parole pensate e dette, che non torna esattamente su se stessa.

La corsa dell’uomo: compimento e travaglio

In realtà su questo, come su tutti gli altri aspetti dell’identità, della socialità, delle relazioni che radicano l’io nella realtà, la scrittrice si interroga, sottoponendoli a una disamina impietosa che chiama in causa la letteratura del labirinto, del simbolo, del mistero e scegliendo ultimamente il linguaggio della fragilità e dell’incomunicabilità per svelare la corsa irrevocabile di ogni uomo verso la fine, che è compimento e travaglio, riposo e dolore per l’uscita verso il mistero per eccellenza che tutti accomuna e affanna.

“Perché non spegni la luce?”

“Ho paura, mamma.”

“Vedendola filtrare dalle fessure, credevo che la tua stanza fosse andata a fuoco. Stai attento alla tua anima.”

“Non abbandonarmi, mamma, mi trascino nei campi, le locuste mi hanno morso le gambe lasciandomi buchi dappertutto.”

Can Xue, quando l’opera riflette la vita

La vecchia nuvola fluttuante si inserisce nel filone della narrativa sperimentale e d’avanguardia che ha reso celebre l’autrice, pseudonimo di Deng Xiaohua, nata a Changsha nel 1953. Can Xue è una delle voci più originali della letteratura cinese contemporanea, tanto da essere stata tra le favorite per il Premio Nobel per la Letteratura 2024. La sua capacità di addentrarsi nell’animo umano attraverso una prosa lirica e visionaria la rende un punto di riferimento per chi cerca una letteratura che trascenda i confini del realismo tradizionale, in cerca di una prospettiva inedita sulle angosce e sulle speranze dell’esistenza.

Il romanzo è un riflesso della biografia dell’autrice, segnata da esperienze che hanno profondamente influenzato la sua produzione letteraria. Fin da bambina, la sua famiglia è stata perseguitata dal regime comunista cinese, i genitori etichettati come “estremisti di destra” e costretti alla rieducazione nei campi di lavoro. Durante l’infanzia, Can Xue ha conosciuto la fame, riuscendo a sopravvivere grazie all’aiuto della nonna, che la nutriva con bacche ed erbe. La nonna, figura centrale nella sua vita, morì di idropisia poco tempo dopo. Queste esperienze sono confluite nel racconto La lunga estate nel sud.

Can Xue, la sarta che divenne scrittrice

La vocazione letteraria di Can Xue non è stata immediata. Dopo aver svolto diversi lavori, tra cui quelli di operaia, insegnante e sarta, e aver conosciuto il futuro marito Lu Yong, che ha sposato nel 1978, ha iniziato a dedicarsi alla scrittura solo verso la metà degli anni Ottanta. A ventisei anni, è entrata in contatto con la letteratura modernista occidentale, leggendo autori come Camus, Sartre, Ionesco e Beckett. L’apertura di una sartoria con il marito le ha poi fornito il sostentamento necessario per dedicarsi a tempo pieno alla lettura e alla scrittura.

Nel 1985, alcune sue novelle sono state pubblicate su una rivista letteraria di Changsha, mentre nel 1988 ha dato alle stampe il suo primo romanzo, il controverso Wuxiang jie, che ha segnato l’inizio di una carriera letteraria che l’avrebbe portata a essere tradotta in numerose lingue, tra cui giapponese e inglese. Negli anni Novanta, Can Xue ha ampliato la sua attività nella critica letteraria, concentrandosi sull’analisi di opere occidentali. Tra i suoi saggi più celebri spicca Il castello dell’anima, un’opera del 1999 dedicata a Franz Kafka.

Per orientarsi fra testo e contesto

Can Xue ha definito il proprio atto di scrivere come la «performance di un’anima», un gesto creativo puro e non contaminato, che sgorga dalle profondità più recondite dell’inconscio. Il riconoscimento internazionale del suo valore artistico è arrivato solo nei primi anni Duemila. La critica oggi la considera un’esponente di spicco della letteratura sperimentale, elogiandone la sensibilità, la rottura con la tradizione e il lirismo della prosa. La sua è una “letteratura dell’anima”, che si distingue dalla letteratura commerciale cinese in voga nei primi anni Novanta.

La sua opera è stata riconosciuta a livello mondiale, con la finale al Neustadt Prize nel 2016 e le candidature all’International Booker Prize nel 2019 e nel 2021. Al momento dell’uscita de La vecchia nuvola fluttuante, Can Xue ha all’attivo tre romanzi, cinquanta novelle, centoventi racconti brevi e sei volumi di saggi di critica letteraria. Tra le sue opere tradotte in italiano da Utopia editore, oltre al romanzo in uscita, si ricordano Dialoghi in cielo (2023), una raccolta di racconti che esplora una civiltà in bilico tra antico e moderno, e La strada di fango giallo (2024), un romanzo onirico e visionario che descrive una società al collasso. Quest’ultimo, pubblicato in Italia con il contributo dell’Istituto Confucio di Milano, è un esempio della sua capacità di raccontare l’incubo della Cina attraverso una scrittura irriducibile a qualsiasi censura.


Articolo scritto interamente da un essere umano “a mano”, cioè senza l’uso di AI.(scopri di più)
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