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Abdurraqib

L’elevazione di Abdurraqib, dove si gioca la partita della vita

La terra dura e calva, i campi pieni di crepe nei quali le strisce si sbiadiscono e qualcuno spazza via i vetri di bottiglia e un canestro penzola arrugginito...
  • Elevazione di Hanif Abdurraqib è un monologo lungo più di trecento pagine sulla vita metropolitana nell’ultimo quarantennio a Cleveland.
  • Il ritmo della narrazione è scandito dalla voce narrante, che riflette, pensa ad alta voce, si attarda, raccoglie frammenti di passato.
  • Un movimento entropico trascina il lettore per le vie della città, dentro e ai margini dei campi di basket di quartiere o delle scuole.

In Elevazione di Hanif Abdurraqib, da poco pubblicato da Neri Pozza con la traduzione di Gianni Pannofino, un monologo lungo più di trecento pagine macina e riunisce insieme un documentario di vita metropolitana nell’ultimo quarantennio a Cleveland. Macina e riunisce la serie di campionati NBA della squadra cittadina e i percorsi amatoriali o da professionisti, quando non da star, di ragazzi dell’Ohio che passano per le scuole e i campetti da basket per approdare alle glorie dello sport americano degli ultimi decenni o rimanere appassionati frequentatori dei palazzetti o amanti della partita da divano. I Fab five, Le Bron James, Michael Jordan (“Mj” o ”Mike”), nel percorso ultradecennale che Abdurraqib ricompone, sono punti luminosissimi in un cielo stracolmo di stelle, e oggetto di una fede fatta di basket, cinema e musica, di un popolo al quale sente di appartenere: i Cleveland Cavs (Cleveland Cavaliers).

L’epopea irrisolta nel cuore di ciascuno

Come in una partita nella quale chi gioca non può nascondere l’entusiasmo, l’esuberante desiderio di smarcare gli avversari, la faticosa rincorsa verso il canestro, la resistenza nel continuare a correre se non a caccia di punti, almeno per costruire azioni che stoppino quelle avversarie; il ritmo della narrazione è scandito dalla voce narrante, che riflette, pensa ad alta voce, si attarda, raccoglie frammenti di passato, con una spinta al racconto che da intima, tenera, disperata, ma sempre libera e sincera confessione, sa farsi corale e finanche epica.

La terra dura e calva, i campi pieni di crepe, dove le strisce si sbiadiscono, qualcuno spazza via i vetri di bottiglia e un canestro penzola arrugginito, sono raccontati come scrigno di campioni, di paterni allenatori e, soprattutto, di chi per il basket è disposto a risparmiare, ad assentarsi dal lavoro, a lasciare a casa la persona amata. Perché nella partita della squadra del cuore vede l’epopea irrisolta della propria vita, il riflesso della decisione di restare per sempre nel luogo dal quale tutti vogliono scappare.

Il viaggio in cui conduce Hanif Abdurraqib

Un movimento entropico trascina il lettore per le vie della città, dentro e ai margini dei campi di basket di quartiere o delle scuole dove i ragazzi si riuniscono nel pomeriggio fino a sera, o fino a che i genitori non vanno a recuperarli stanchi e irremovibili o i fari di una macchina illuminano il gioco notturno. Il vero viaggio si concentra però sul sistema di valori di chi vive in quest’area geografica ed esistenziale, dove la guerriglia urbana si celebra con i carrarmati, i corpi speciali, i poliziotti in tenuta antisommossa per le strade, genera spirali di rabbia e focolai di incomprensione pronta a deflagrare. Apre ferite tra diversi che, sconosciuti e avversari quasi casuali, si fronteggiano, ponendo sfrontatamente come posta la libertà o la vita.

«&i cattivi ci sono, certo, ma non sono qui, non li trovate fra chi cerca la liberazione & il cattivo è un’invenzione, i nostri nemici, quelli che avevo promesso di lasciarmi alle spalle, loro sono invenzioni, ma le invenzioni nascono da un cuore (6.00) infranto.» (pag. 212)

Il sogno americano che forse non c’è

Cittadini tutti. La politica resta prudentemente fuori. Abdurraqib preferisce guidarci in una gincana tra parole usurate che prendono spessore dai fatti di cronaca contemporanea, trasbordarti nelle pagine di racconto, con l’intento di evitare i soliti temi cucinati «in tantissime salse diverse»: non il sogno americano, non lo sforzo di chi “riesce”, non l’abbandono eroico dello slum, nessuna incoronazione a “chi ce l’ha fatta”. Certamente padri in galera, madri assenti o vedove o divorziate, bambini e giovani incolpevoli sparati a bruciapelo, ma anche imbroglio, incomunicabilità, ipocrisia, che cristallizzano un panorama a tratti modellato sulle forme dell’iceberg, a tratti purificato dal fuoco dell’apocalisse, dal silenzio commosso degli spettatori attoniti di fronte all’ultimo floater, in stati smisurati quanto continenti, come l’America.

«Ditemi voi se avete mai costruito un paradiso dal nulla, e poi ditemi cosa vi costerebbe andare a cercarne un altro da qualche altra parte. Quelli che si limitano a girare intorno a questo paradiso, restandone fuori, non possono saperlo.» (pag. 325)

Per orientarsi fra testo e contesto

Liberi. Lo sguardo di chi scrive chiede uno sforzo per orientarsi in una folla di uomini convocati a uno a uno, in duelli corpo a corpo, battaglie fra bande o squadre, ma anche giri in macchina con amici, condivisione di partite in tv, di manifestazioni pacifiche – come anche di protesta. Colpisce lo sguardo che non vuole giudicare, la tensione a fare i conti con i drammi del singolo, la tenerezza nei confronti dell’uomo che soffre la pena del vivere, cade, si rialza sapendo di non volere o avere alternative.

Per non cadere nel tranello del cinismo mascherato da falsa pietà, Abdurreqi segue le passioni delle moltitudini, guarda dall’interno il crescere e manifestarsi di fenomeni di massa, il bisogno di realizzazione nella riuscita dei propri ultramilionari beniamini del basket, della boxe, della eterna storia dello e degli “sfavoriti dai pronostici”, ma vuole strizzarci l’occhio, intende avvertirci e svelare l’inghippo, perché il popolo, la massa, è un insieme di io che nel gioco delle scelte e del comporsi dei destini risultano simili ma ciascuno rivendica se non l’originalità, l’autonomia. E autonomi continuano a essere anche se ammassati a migliaia, urlanti, entusiasti o in assoluto silenzio.

«Oltre i muri, le stelle per me stanno di certo scintillando come un dente d’oro nella bocca di qualche benvoluto antenato dalla pelle scura che, ancora vivo, rovescia la testa all’indietro e lascia che una risata suoni la sua sinfonia nel cielo notturno.» (pag. 158)


Articolo scritto interamente da un essere umano “a mano”, cioè senza l’uso di AI.(scopri di più)
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