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- Otto stanze di Paola Capriolo e nove quadri, dieci se si considera quello in copertina, realizzati da Teresa Maresca, compongono Il canto della luna.
- Si tratta di uno studio a quattro mani che dà voce alle suggestioni poetiche del poeta cinese Li Po, rielaborate liberamente a partire da Il canto della terra di Gustav Mahler.
- Il personaggio che ricorre in tutte le storie è prima un aspirante poeta, poi un poeta affermato, anche un poeta in crisi.
Otto stanze di Paola Capriolo e nove quadri, dieci se si considera quello in copertina, realizzati da Teresa Maresca, compongono Il canto della luna (Bibliotheka, 2026), uno studio a quattro mani che dà voce alle suggestioni poetiche del poeta cinese Li Po, rielaborate liberamente a partire da Il canto della terra, ultima produzione poetica e musicale di Gustav Mahler. Le stanze e i quadri interagiscono per descrivere otto situazioni nelle quali il vuoto, l’assenza parla più della presenza, il bianco contrasta il nero dal di dentro, la tensione si impone in parole e toni di colore, dà forma a una acuta malinconia.
Il canto della luna delle due artiste italiane è lo scoperto contraltare del Canto della terra di Mahler. L’astro della luna imita blandamente il sole, evoca aspetti nascosti della realtà senza denudarli, illumina con delicatezza aree d’esperienza dei personaggi, suscita pensieri che diradano o addensano la nebbia del paesaggio e della memoria. E però non si arriva a uno scioglimento definitivo, a una fine che concluda lo svolgimento della serie di fatti narrati, ricordati o solo prefigurati.
Un monologo che è dialogo con il mistero

Le narrazioni nascono come tentativi di dialogo o sono dialoghi impossibili. Tocca al lettore distinguere la natura di queste comunicazioni da vicino o da lontano, sempre attraverso dimensioni incommensurabili o presentate come tali, tra ricchi e poveri, tra il poeta e il principe, tra due amici che si cercano per congedarsi per sempre, tra un uomo e la sua donna non più viva, tra giovani uomini e donne.
I quadri narrativi tratteggiano eventi ispirati all’esistenza di Li Po, che già avevano tanto impressionato Mahler da fargli comporre le sei sezioni del Canto della terra. Parlare di personaggi è difficile in testi letterari costruiti attraverso l’evocazione, il ricordo, la prefigurazione di eventi che dovranno accadere; quindi forse è corretto riconoscere un lungo monologo, che alla fine non può che diventare un dialogo con il mistero.
Il poeta che canta alla luna (e non solo)
Il personaggio che ricorre in tutte le storie è prima un aspirante poeta, poi un poeta affermato, anche un poeta in crisi, che si rivolge all’astro preferito dai poeti, la luna. Il canto alla luna è la barca che lo traghetta oltre le esperienze usuali e semplici, mai banali o volgari, alle quali le circostanze lo costringono, a volte volando tra successi e piaceri, altre volte quasi urtandolo e mettendolo con le spalle al muro, nel tempo della vecchiaia, della morte, della dimenticanza. Mai atterrato e privato di ciò che lo spinge verso la poesia, il poeta canta alla donna, all’astro, a se stesso.
In questo gioco di rimandi, la fanno da padroni l’opposizione, il contrasto, la duplicità, lo specchio, il doppio, esplicitati attraverso le forme lineari e pochi colori, se ci riferiamo ai quadri di Maresca che dipinge il lago, la foresta, la donna, i capelli, la barca, e un solo protagonista: la luce.
Per orientarsi fra testo e contesto
Paola Capriolo sviluppa rielaborandoli alcuni motivi delle poesie di Mahler tradotte nell’ultima sezione dell’opera: il poeta che si fa strada in una società omologata, che cerca il successo sfruttando la simpatia dei potenti, l’esteta che segue la bellezza e il lusso, il poeta che prende le distanze dall’amico, che piange la donna morta, che esige l’ispirazione a costo della morte. Gli oggetti poetici fanno sprofondare il lettore nella natura: i fiori di loto, il lago, la foresta, il riflesso dell’acqua, l’autunno della vita, la luna.
Senonché qui la luna prende la parola, risponde al poeta – «piccolo uomo» -, ricordando un momento in cui «il sole regnava sul mondo con l’imperiosità di chi non conosce tramonto» (51) e una fanciulla tra tante di un nugolo che raccoglievano fiori di loto, contempla rapita il riflesso delle acque di un ruscello, astraendosi dalle ciarle giovanili delle compagne. Come in altre situazioni, non si svela cosa attiri la sua attenzione: il cielo? il sole? il giovane che le ha appena lanciato uno sguardo penetrante, prima di ripartire al galoppo insieme ai compagni? Forse per questo non si può parlare di storie, né di dialoghi, ma di momenti di contemplazione nei quali il lettore è invitato a rispecchiarsi «Oh luna, avrei fatto meglio a tacere!»








