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- La raccolta di saggi di Zadie Smith, Vivi e morti. Incontri, riflessioni, ritratti, mette insieme fenomeni apparentemente distanti.
- Il titolo Vivi e morti, con la congiunzione copulativa “e”, sottolinea la capacità della scrittura di connettere il presente con il passato.
- Smith si distingue per il suo antidogmatismo e per la sua capacità di sfidare la semplificazione.
L’ultima raccolta di saggi della scrittrice britannica Zadie Smith, Vivi e morti. Incontri, riflessioni, ritratti, pubblicata in Italia da SUR e tradotta da Martina Testa, intreccia letteratura, arte, politica e attualità con rara originalità. L’autrice, nota per la sua capacità di analisi e per il suo stile antidogmatico, invita il lettore a un dialogo costante, a una riflessione che non teme le sfumature e le contraddizioni. La rilevanza di questa raccolta risiede nella sua natura intrinsecamente interdisciplinare. Smith non si limita a commentare un singolo ambito artistico o sociale, ma crea connessioni inaspettate e illuminanti tra fenomeni apparentemente distanti.
Dalla Ballata del vecchio marinaio di Coleridge alle recenti elezioni britanniche, dal saggio-inchiesta di Charlotte Beradt sull’onirico nel Terzo Reich al rapporto tra algoritmo e propaganda, dal film Tár di Todd Field alle frizioni intergenerazionali: ogni spunto diventa un pretesto per entrare nelle dinamiche che modellano la nostra esistenza. Un approccio, che potremmo definire “olistico”, fondamentale in un’epoca in cui le discipline tendono a isolarsi, perdendo di vista spesso i reciprochi legami.
Ricucire gli “strappi” secondo Zadie Smith
Il cuore pulsante della saggistica di Zadie Smith, e in particolare di Vivi e morti, sta nel tentativo di ricucire gli strappi che lacerano la nostra società. L’autrice, con una sensibilità che ricorda l’approccio scientifico naturalista di Konrad Lorenz nell’etologia, si confronta con la tensione irrisolta tra l’individualità e la collettività, tra l’io e l’altro. La prefazione stessa dell’opera, con la sua accoglienza incondizionata ai lettori – «Lettori e lettrici, io non conosco i vostri nomi, ma siete i benvenuti» – è un manifesto di questa volontà dialogica. Smith non impone una visione, ma invita a confrontarsi con una coscienza diversa dalla propria, per costruire un “noi” basato sul confronto e sulla comprensione reciproca.

La scelta del titolo, Vivi e morti, con la congiunzione copulativa “e” al posto della disgiuntiva “o”, è emblematica. Anche la morte, suggerisce Smith, non è un confine invalicabile, specialmente per gli scrittori che si nutrono del rapporto con figure del passato. Questa tensione tra vita e morte, tra presenza e assenza, si manifesta in diverse forme all’interno della raccolta. Si pensi alle frizioni generazionali, come quelle analizzate nel saggio La strumentalizzatrice: su “Tár”, che le è valso una candidatura al Premio Pulitzer nel 2024. O ancora, agli strappi storici, come quelli analizzati in Cosa vogliamo che ci faccia la storia? Su Kara Walker, o temporali, in Appunti sul tempo mediato. Non mancano le riflessioni sulle fratture politiche, come nel saggio I pragmatisti di Tufton Street, e quelle tra l’effettivo e l’immaginario, esaminate in Mi affascina presumere: in difesa della letteratura di invenzione.
Ma come si ricuciono questi strappi? Per Smith, la risposta è chiara: attraverso la scrittura. La scrittura diventa un atto di resistenza contro la frammentazione, un ponte tra mondi apparentemente inconciliabili. L’autrice indaga sul dialogo costante tra chi osserva e chi è osservato, come nel saggio La musa al suo cavalletto: “Self-Portrait” di Celia Paul, e tributa un sentito omaggio ai colleghi che l’hanno ispirata e plasmata, tra i quali spiccano figure come Joan Didion, Martin Amis e Toni Morrison.
Ogni lettura critica, ogni visita a una galleria d’arte, ogni partecipazione a un evento pubblico diventa un’opportunità per affrontare argomenti universali e sempre attuali: dal dialogo interculturale alla discriminazione di genere, dai profondi cambiamenti sociali e politici degli ultimi anni, come il conflitto israelo-palestinese, alla riduzione della complessità della realtà operata dagli algoritmi. La saggistica di Smith è un laboratorio di pensiero, dove le idee vengono messe alla prova, interrogate, e dove la complessità non viene mai elusa.
Resistere al rischio della semplificazione
La cifra della scrittura di Zadie Smith è la sua natura profondamente antidogmatica. L’autrice non teme di mettere in discussione le proprie certezze, di mostrare le proprie fragilità, di cambiare idea. Questo approccio, lungi dall’indebolire la sua argomentazione, la rende più autentica e potente. Le sue riflessioni sono “brillanti” nel senso più ampio del termine: non si limitano a splendere, ma illuminano la realtà circostante, spingendo il lettore a un confronto dialogico, a una “confrontazione tra coscienze”. In un’epoca in cui il dibattito pubblico è spesso appiattito da posizioni rigide e preconcette, Smith offre un modello di pensiero flessibile e aperto, capace di accogliere la complessità e di resistere alla tentazione della semplificazione.
In tal senso, il saggio conclusivo di Vivi e morti, La coscienza e la morale: una lezione di scrittura per la gente e la persona, è una vera e propria dichiarazione di intenti. Riprendendo una lezione tenuta al master in scrittura creativa della New York University, Smith riflette sulla natura personale della lingua, sulla sua capacità di rappresentare la singolarità. Prendendo a modello la prosa di James Baldwin, l’autrice sottolinea l’importanza di preservare il «laboratorio della coscienza» dalla riduzione a «frasi chiare, leggibili, e in definitiva lobotomizzanti tanto amate dal gruppo». L’individuo, secondo Smith, ha bisogno del collettivo per la propria auto-definizione, deve riallacciare i legami tra specificità e comunità, ma al contempo deve proteggersi dall’appiattimento imposto dal pensiero dominante. Questa tensione, mai risolta e forse irrisolvibile, è ciò che rende la scrittura di Smith così vitale e stimolante. È un invito ad «abitare quella tensione» senza cercare facili risposte.
Per orientarsi fra testo e contesto
Zadie Smith, con la sua saggistica, interroga il presente con una lucidità tale da connettere mondi apparentemente distanti, di ricucire gli strappi tra individualità e collettività, e di sfidare la semplificazione del pensiero. Vivi e morti rappresenta l’ultima tappa di un percorso in continua evoluzione che vede, tra i precedenti, la raccolta Feel Free, pubblicata nel 2018, e Cambiare idea del 2009.
La libertà, per Smith, non deriva dal trovare una voce univoca, ma dal continuo sperimentare, dal «non dover trovare mai la mia voce». Questa affermazione, che potrebbe sembrare paradossale, rivela una profonda comprensione della natura dinamica e in continua evoluzione dell’identità e della scrittura. L’autrice confessa di sentirsi «fantasticamente libera» nello scrivere racconti in «molte voci diverse, tutte ugualmente inautentiche». Questo rifiuto di una definizione statica di sé e della propria arte è un atto di ribellione contro le aspettative e le categorizzazioni, un inno alla fluidità e alla possibilità di cambiamento.





