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- Ed è un poco la notte e un poco l’alba di Ilaria Tuti parla dell’invasione cosacca del Friuli avvenuta alla fine della seconda guerra mondiale.
- Serafina, la protagonista, vive sulla sua pelle lo sconvolgimento dell’occupazione della Carnia a opera di un popolo straniero.
- Ilaria Tuti, autrice prolifica tradotta in 27 lingue, con il suo nuovo romanzo si allontana dal genere thriller che l’ha reso famosa.
L’occupazione dei cosacchi, avvenuta in Friuli tra il 1944 e il 1945 per volere dei nazisti, è al centro del nuovo romanzo di Ilaria Tuti, Ed è un poco la notte e un poco l’alba (Longanesi, 2026). Il romanzo si immerge in una pagina di storia dolorosa quasi dimenticata e si snoda attraverso la figura di Serafina, una giovane donna che incarna la saggezza ancestrale delle valli friulane. Cresciuta in un ambiente intriso di tradizioni al confine tra il sacro e il profano, la sua esistenza è plasmata dalla conoscenza delle erbe e dalla pratica dei “santuari del respiro”.
Questi luoghi, piccole chiese di montagna, erano custodi di una speranza fragile: quella di un ultimo soffio di vita per i neonati morti senza battesimo, un gesto di pietà estrema per le madri afflitte. Serafina, erede di questo sapere tramandato di generazione in generazione, si trova a dover affrontare uno sconvolgimento epocale nell’estate del 1944. L’arrivo dei cosacchi, un contingente di cavalieri delle steppe con copricapi di pelliccia e spade ricurve, irrompe nella quiete della Carnia, trasformando radicalmente il volto e il temperamento di una terra che fino a quel momento aveva vissuto la guerra come una tempesta distante.
L’occupazione dei cosacchi in Carnia

L’invasione cosacca non fu una semplice occupazione militare, ma un vero e proprio insediamento. I cavalieri delle steppe entrarono nelle case, fecero razzie e devastazioni, considerando la Carnia la loro “terra promessa”. L’evento storico, spesso trascurato dalla narrazione ufficiale, viene riportato alla luce nel libro di Ilaria Tuti con una ricchezza di dettagli che ne sottolinea la drammaticità e la complessità.
La comunità di Serafina viene lacerata, le tradizioni e le certezze si dissolvono sotto il peso di una «violenza selvaggia». Tuttavia, è proprio in questo contesto che si manifesta la straordinaria capacità di osservazione di Serafina. Con gli occhi di chi ha imparato a vivere ai margini, la protagonista percepisce non solo la brutalità dei saccheggi e la paura che si insinua ovunque, ma anche momenti di inaspettata meraviglia. Tra questi, i cammelli che pascolano nei campi, lo stupore fanciullesco degli invasori di fronte a una bicicletta, le danze russe nelle piazze illuminate da antichi fuochi, lo splendore delle icone ortodosse.
Questo sguardo, capace di tenere insieme l’orrore e la bellezza, la ferocia e la pietà, è il fulcro della narrazione. Serafina, che da sempre abita un luogo di confine e custodisce i respiri, si trova a dover superare il terrore dello straniero e a riconoscere, anche nel nemico, una fragile continuità di dolore e umanità. In questa convivenza forzata, i cosacchi iniziano ad apparire non più come “bestie” o “lupi”, ma come un popolo senza patria, formato da guerrieri ma anche da donne e bambini.
La pietât a è amôr
Ed è un poco la notte e un poco l’alba
Il cuore pulsante di Ed è un poco la notte e un poco l’alba risiede nella sua sottolineatura della compassione come forza motrice in un mondo dilaniato. Serafina, con la sua natura liminale, è il simbolo di questa capacità di non tracciare confini netti tra giusto e sbagliato, tra mio e tuo, tra vita e morte. La sua figura di «guardiana delle ombre» ed «evocatrice di respiri» la rende una testimone privilegiata di un’umanità che, anche nel buio più profondo, cerca la luce.
Il romanzo ci mostra come, anche chi incute paura, conserva una nostalgia, un’umanità nascosta che può essere rivelata attraverso uno sguardo, un gesto di pietà. La Carnia stessa, descritta come un personaggio vivo, una terra di confine dove natura e mistero convivono, diventa il palcoscenico di questa trasformazione. Le montagne, le erbe, i torrenti, tutti elementi di un paesaggio senziente, accolgono e proteggono, riflettendo la capacità di rinascita della gente.
È la storia di persone comuni, dei nostri anziani, che hanno continuato a cercare la vita dove sembrava essere rimasta solo cenere. La frase «la pietât a è amôr», la pietà è una forma di amore, pronunciata da nonna Silva, diventa il mantra dell’opera, un invito a vedere l’umanità anche nel buio della guerra.
Per orientarsi fra testo e contesto
Ilaria Tuti, autrice prolifica tradotta in 27 lingue, ha già dimostrato la sua maestria nel tessere trame che uniscono mistero, storia e introspezione psicologica. Tra le sue opere più note, si annoverano i romanzi con protagonista il commissario Teresa Battaglia, come Fiori sopra l’inferno (Longanesi, 2018), Ninfa dormiente (Longanesi, 2019) e L’eco di un delitto (Longanesi, 2020), che hanno riscosso un notevole successo di pubblico e critica.
Con Ed è un poco la notte e un poco l’alba, Tuti si allontana dal genere thriller per inoltrarsi in un filone che cerca di recuperare e valorizzare le storie minori, le pagine dimenticate del passato. In un mondo che sembra sempre più propenso a erigere muri e a demonizzare l’altro, la storia di Serafina e dei cosacchi in Carnia è un invito a guardare oltre le apparenze, a riconoscere la comune fragilità e la capacità di amare che risiede in ogni essere umano.







