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- Shakespeare and me di e con Andrea Pennacchi è andato in scena il 10 settembre al Teatro comunale di Galatone (Lecce).
- Lo spettacolo è stato parte della rassegna “Crita! Festival delle arti” prodotta dalla cooperativa Ventinovenove.
- A riprova della passione per il grande drammaturgo inglese, Pennacchi gli ha dedicato due libri.
Andrea Pennacchi è conosciuto dal grande pubblico non per aver messo in scena le opere di William Shakespeare, ma per la sua interpretazione del “Pojana”. È un personaggio che incarna gli stereotipi del piccolo padroncino del nordest, nato nel 2018 con il monologo This is Racism – Ciao terroni diretto da Francesco Imperato su un testo dello scrittore Marco Giacosa.
Il successo, in termini di visualizzazione del corto, ha spinto Propaganda Live su La7 a invitare Pennacchi come ospite fisso della trasmissione. Eppure Pennacchi sostiene che il suo legame con Shakespeare è precedente. Franco Ford, alias Pojana, era stato inventato per l’adattamento delle Allegre comari di Windsor in salsa veneta. Ma l’amore per il Bardo risale al periodo della gioventù, come racconta Pennacchi stesso, accompagnato dalla chitarra di Giorgio Gobbo, nel suo monologo Shakespeare and me.
Pennacchi a “Crita! Festival delle arti”
Lo spettacolo è andato in scena il 10 settembre 2026 al Teatro comunale di Galatone, in provincia di Lecce, nel contesto della rassegna “Crita! Festival delle arti” prodotta dalla cooperativa Ventinovenove con la direzione artistica di Gabriele Polimeno, Mary Negro e Giuseppe Bortone. Per i non salentini, la parola crita ha un duplice significato: traduce l’italiano “creta” o “argilla”, ma significa anche “grida!”.
Nel caso dell’attore, l’“argilla” con cui è impastato il suo soliloquio è ricavata dagli esordi negli anni Novanta al Teatro popolare di ricerca di Padova, un ambiente in cui parlare di Shakespeare era una bestemmia. Non lo era però alla facoltà di Lingue e letterature straniere, dove si laurea, per poi innestare la sua passione per il drammaturgo inglese nella sua carriera di interprete e regista. Una carriera in cui gridare (crita!) fa parte del gioco, seppure Pennacchi preferisca non alzare la voce durante le sue performance e si trovi a suo agio con il tono tagliente dell’ironia.
Shakespeare and me di Andrea Pennacchi
Proprio come in Shakespeare and me, dove l’ironia non è risparmiata persino all’autore di Romeo e Giulietta. Delle sue 37 opere teatrali, Pennacchi prende in esame la poco conosciuta I due gentiluomini di Verona, sviscerandone le incongruenze e gli aspetti incompiuti, per non dire ridicoli. Il che, tuttavia, non elimina le trovate che, anche in una commedia minore, hanno fatto da apripista per tutte le rappresentazioni successive. Da quattrocento anni a questa parte – è il senso delle parole di Pennacchi -, siamo tutti debitori all’ingegno di Shakespeare in modi che spesso neppure riconosciamo.
Questa è la ragione per cui Le allegre comari di Windsor può ancora oggi essere ambientata a Treviso senza perdere smalto e attualità. «Ho imparato facendo teatro che Shakespeare è un classico perché resiste al tempo. Lui ha indagato la natura umana e l’ha messa in scena, pochi altri sono stati in grado di farlo. Per questo è il padre del teatro contemporaneo: ancora lo studio sulla sua opera non si è esaurito e ne è la prova che si possa prendere, tirare, andargli contro, spezzettarlo» ha dichiarato Pennacchi in un’intervista.
Per orientarsi fra testo e contesto

La passione (o forse sarebbe meglio dire l’ossessione) di Andrea Pennacchi per William Shakespeare, con il tempo, è cresciuta. Lo dimostrano ad esempio i suoi due ultimi libri, pubblicati da Marsilio, Se la rosa non avesse il suo nome (2024) e Una foresta di scimmie (2025). Nel primo si racconta di quando Sir William, in missione segreta per conto della Corona inglese, si stabilì in Veneto. Fu lì che venne a conoscenza di una disputa tra due famiglie, i Montecchi e i Capuleti. Quello che farà di questa esperienza è noto a tutto il mondo.
Il secondo libro va all’origine del Mercante di Venezia e dei suoi personaggi principali, tra cui Shylock, l’usuraio ebreo che chiede, in caso di mancato pagamento, che il debitore gli dia in cambio una “libbra di carne”. Il debitore è Antonio, le cui parole hanno carattere programmatico e sono seconde, nell’immaginario collettivo, al monologo di Amleto:
Considero il mondo per quello che è, Graziano: un palcoscenico sul quale ciascuno recita la propria parte.







