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- Calde le pere. Storia di un fiume e di una integerrima fanciulla di Francesco Guccini, morto il 6 agosto 2026, uscirà il prossimo settembre.
- L’opera è ambientata a Casalecchio sul Reno, il “Lido di Bologna” tra gli anni Trenta e Cinquanta.
- Il percorso letterario di Guccini include i gialli scritti con Loriano Macchiavelli e opere come Tralummescuro giunta in finale al Campiello nel 2020.
Calde le pere. Storia di un fiume e di una integerrima fanciulla di Francesco Guccini uscirà da Giunti postumo, il prossimo settembre, dopo che il 6 agosto 2026, nella pacifica cornice dell’Appennino Pistoiese, a Pavana, l’autore si è spento all’età di 86 anni. Calde le pere evoca una sensualità d’altri tempi, come rivelato dallo stesso Guccini il 23 luglio scorso in una dichiarazione raccolta dall’editor Paolo Iacuzzi.
L’opera ha preso forma da un “brogliaccio” di cui gli aveva parlato un amico, da cui era stato tratto anche uno spettacolo di cabaret. Due storie in particolare avevano catturato l’immaginazione di Guccini: quella di una ragazza in bicicletta e quella di una fanciulla illibata che, facendo il bagno nel Reno, rimane incinta. Questi elementi, intrisi di un realismo quasi boccaccesco e di un tocco di mistero, hanno fornito la scintilla per una narrazione che vuole essere al contempo luminosa e sognante, come i ricordi della giovinezza.
Dove si svolgono le vicende di Calde le pere

Il contesto in cui si sviluppano le vicende descritte in Calde le pere è quello di Casalecchio sul Reno, descritto da Guccini come il “Lido di Bologna” tra gli anni Trenta e Cinquanta, un luogo che arrivava a ospitare oltre diecimila presenze al giorno d’estate. La chiusa sul Reno, che aveva creato un ampio bacino balneabile, era un punto di riferimento così iconico da essere immortalato in cartoline dell’epoca.
L’incipit narrativo di Calde le pere richiama quello di Vola Golondrina (Giunti, 2023), l’ultimo giallo scritto a quattro mani con Loriano Macchiavelli. Se nel giallo un motociclista misterioso distribuiva volantini, qui è una ragazza in bicicletta, «evidentemente una prostituta», a innescare la narrazione. Questa figura, che Guccini definisce «speculare a quella della maîtresse che alla fine di questo libro veste i panni di una ginecologa ante litteram», è un esempio della sua predilezione per l’evento scatenante, per l’irruzione di un deus ex machina.
Organizzato in quadri, il libro sfoggia titoli e didascalie caratterizzate da un’ironia sottile, e rende omaggio agli autori venerati da Guccini. Da Laurence Sterne a Jerome K. Jerome, la sua opera non solo manifesta una solida conoscenza ma anche un’evidente capacità di reinterpretare in maniera originale la tradizione letteraria.
Il fiume della vita e la custodia delle parole
Un elemento centrale e profondamente personale in Calde le pere è l’omaggio a Pavana, il borgo sull’Appennino pistoiese che ha rappresentato per Guccini un luogo dell’anima, l’epicentro della sua infanzia e il rifugio della sua maturità. Nel racconto, l’autore si abbandona a un’immaginazione poetica, descrivendo la brezza che dalla sorgente del Reno spira attraverso boschi e prati, nominando erbe, fiori e frutti con gli stessi termini pavanesi che si ritrovano in opere precedenti come Cronache epafàniche (Feltrinelli, 1989; Mondadori, 2013) e Tralummescuro (Giunti, 2020). Questa scelta riflette una convinzione profonda: «Le parole sono importanti e il loro suono è quello con cui abbiamo imparato ad amare le cose» sostiene infatti Guccini per il quale conservare le parole del dialetto, salvare quei nomi, significava preservare una parte essenziale della propria identità e della memoria collettiva.
Il Reno, poi, non è solo un fiume, ma il «fiume della mia vita», un’entità che ha reso protagonista di molte sue canzoni e che, in queste pagine, assume un ruolo quasi mitologico. Come il Danubio di Claudio Magris, che nasce dallo sgocciolare di un rubinetto sull’Appennino, il Reno di Guccini è un simbolo di origine e di continuità. L’autore si interroga sulle sue vicende epiche, sulla possibile esistenza di una “marineria” del Reno, fino a proiettare su di esso una dimensione storica e quasi leggendaria. Questa identificazione con il fiume, con la testa tra i prati di Pavana e i piedi verso Modena e Bologna, le braccia ad abbracciare i boschi, è una metafora potente della sua stessa esistenza, un ponte tra la sua terra d’origine e il mondo che ha cantato con la sua arte.
Francesco Guccini, uno scrittore vero
Oltre alla sua straordinaria carriera musicale, Guccini ha coltivato con passione la scrittura, dimostrando una versatilità e una profondità che lo hanno reso un autore a tutto tondo. La sua voce, che univa spunti autobiografici, cronaca e storia, ha accompagnato generazioni, offrendo un senso di collettività e di appartenenza. Tra le sue opere più significative si ricordano i gialli scritti a quattro mani con Loriano Macchiavelli. La “coppia d’oro”, come è stata definita, ha dato vita a una serie di romanzi che hanno conquistato il pubblico, a partire da Macaronì. Romanzo di santi e delinquenti (Mondadori, 1997), con il celebre personaggio del maresciallo Santovito. A questo sono seguiti titoli come Un disco dei Platters: romanzo di un maresciallo e una regina, Questo sangue che impasta la terra, Lo spirito e altri briganti, e Tango e gli altri: romanzo di una raffica, anzi tre, tutti pubblicati da Mondadori.
Negli ultimi anni, la collaborazione con Macchiavelli è proseguita con Giunti: Tempo da Elfi (2017), Che cosa sa Minosse. Storia di fantasmi e gente strana (2022) e Vola Golondrina (2023), quest’ultimo citato come punto di riferimento per l’incipit di Calde le pere. A cui va aggiunta la raccolta di racconti Così eravamo (2024) e la novella Romeo e Giulietta 1949 (2025).
Per orientarsi fra testo e contesto
La scomparsa di Francesco Guccini, avvenuta il 6 agosto 2026, ha generato un’ondata di commozione e ricordi in tutto il Paese. Dalle parole di Caterina Caselli, che lo definisce il suo “fratellone buono”, a quelle di Samuele Bersani, che immagina Lucio Dalla accoglierlo nell’aldilà, fino ai tributi di Cristiano De André, Vinicio Capossela, Fiorella Mannoia, Zucchero e Eros Ramazzotti, emerge un ritratto di un artista amato e rispettato, la cui influenza ha travalicato i confini della musica per toccare la letteratura, il teatro e il cinema. La Rai, attraverso Radio3 e RaiPlay, ha dedicato ampi spazi alla sua memoria, riproponendo interviste e programmi che ne hanno ripercorso la vita e la carriera.
Le sue canzoni, da La Locomotiva (1972) a Dio è morto (1965), da Eskimo (1978) ad Auschwitz (1966), fino a L’avvelenata (1976) e Cirano (1996), sono diventate veri e propri manifesti, capaci di raccontare oltre cinquant’anni di storia italiana con una profondità e una lucidità rare. Guccini non è stato solo un cantautore, ma un «poeta della musica e narratore dell’anima», come lo ha definito il cardinale Matteo Maria Zuppi. Un intellettuale che ha saputo unire impegno civile, poesia e uno sguardo disincantato ma non cinico sul mondo.








