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Krasznahorkai

L’apocalisse quotidiana del Premio Nobel Krasznahorkai

A dispetto delle sue dichiarazioni, lo scrittore è tornato con un nuovo libro, «La sicurezza della nazione ungherese», che conferma un talento raro nel panorama letterario odierno.
  • A dispetto delle sue dichiarazioni, il Premio Nobel László Krasznahorkai, è tornato con un nuovo libro sulla scena letteraria.
  • La sicurezza della nazione ungherese possiede una struttura “fluviale” in funzione di una ricerca ossessiva di risposte.
  • La scelta di una struttura così complessa e di una sintassi labirintica è una peculiarità stilistica di Krasznahorkai fin dal suo primo romanzo, Satantango, del 1985.
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L’avevamo scritto che le dichiarazioni sul presunto ritiro dalla scena di László Krasznahorkai, Premio Nobel per la Letteratura 2025, sarebberoro state contraddette dalla realtà. E infatti, a maggio di quest’anno, è uscito da Bompiani La sicurezza della nazione ungherese (traduzione di Dóra Várnai). Nel panorama letterario contemporaneo, pochi autori riescono a catturare l’essenza della condizione umana con la stessa intensità e profondità di Krasznahorkai, la cui produzione artistica, da decenni, indaga sulle pieghe più oscure e affascinanti dell’esistenza.

La sua opera, spesso definita “apocalittica”, non si limita a prefigurare una fine catastrofica, ma piuttosto a descrivere una realtà in cui l’apocalisse è già avvenuta, è una condizione intrinseca e persistente del nostro vivere. Questo concetto, lungi dall’essere un mero espediente narrativo, si rivela una chiave di lettura fondamentale per comprendere la sua ultima fatica, La sicurezza della nazione ungherese, un romanzo che, attraverso le divagazioni di un entomologo e di uno scrittore, si interroga sulla domanda più radicale: «Perché la vita si ostina a vivere?».

La sicurezza della nazione ungherese

La rilevanza di Krasznahorkai nel panorama moderno risiede proprio nella sua capacità di disattivare l’impasse di un Occidente che da oltre un secolo proclama instancabilmente la propria catastrofe. Lo scrittore, in qualche modo, ma ci invita ad abitare gli esiti di una apocalisse già consumata, a esplorare il «tempo dopo la fine del mondo» di cui parlava Giorgio Manganelli. In un’epoca in cui la comunicazione è sempre più permeata dalla finzione e le fake news offuscano la percezione della realtà, l’autore ungherese ci spinge a confrontarci con la nostra sete di menzogne rassicuranti, con il bisogno di credere che «andrà meglio, che sarà tutto più luminoso», anche quando l’evidenza suggerisce il contrario.

La sicurezza della nazione ungherese, in tal senso, è un romanzo fluviale, rizomatico, in cui i confini tra realtà e finzione si dissolvono. I due protagonisti, l’entomologo András Papp, specializzato in lepidotteri, e uno scrittore che porta il nome dell’autore stesso, si addentrano in un’indagine esistenziale che parte da un punto apparentemente insignificante: una quercia secolare. L’albero, con le sue radici profonde e invisibili, diventa la metafora perfetta dell’ostinazione della vita, della sua capacità di radicarsi e persistere nonostante tutto. La narrazione si snoda attraverso capitoli composti da un’unica, interminabile frase, un flusso di coscienza che riflette il pensiero dei personaggi e la loro ossessiva ricerca di risposte.

non capiva di che cosa avrebbe dovuto parlare il suo silenzio

Tutto è successo per Krasznahorkai, anzi nulla

La scelta di una struttura così complessa e di una sintassi labirintica non è casuale. È un modo per immergere il lettore in una dimensione quasi preconscia, dove la logica tradizionale si dissolve e il principio di non contraddizione viene meno. Questa peculiarità stilistica, che ha caratterizzato gran parte della produzione di Krasznahorkai, da Satantango (1985, Bompiani 2016) a Herscht 07769 (2021, Bompiani 2022), è stata spesso oggetto di dibattito, ma è proprio in questa “melodia” delle parole, come l’autore stesso l’ha definita, che risiede gran parte del suo fascino. La lentezza narrativa, l’apparente divagazione, sono strumenti per spiazzare il lettore, per fargli scoprire che «tutto è successo» anche quando sembra non accadere nulla.

Il rapporto tra i due protagonisti, inizialmente distaccato, evolve verso una forma di amicizia, un legame che si nutre di discorsi strampalati e ripetizioni che rendono con efficacia l’ossessività dei parlanti. Le loro divagazioni si spingono sino al fiume di Eraclito e al celebre What is Life? di Erwin Schrödinger, poiché la ricerca di senso è un’impresa che attraversa secoli di pensiero filosofico e scientifico. Tuttavia, Krasznahorkai non offre soluzioni semplici. L’indagine filosofico-scientifica sembra giungere a un punto fermo, per poi rivelare una verità più complessa: non è la natura, e quindi l’umanità, a scegliere di vivere, ma è il contesto, l’ambiente, gli eventi stessi a decidere di noi e di quel che accade. Ogni elemento, inclusa l’opera stessa, si manifesta come una combinazione di imprevedibilità e necessità.

Temporalità circolare e fine della storia

L’opera di Krasznahorkai è profondamente intrisa di una riflessione sulla temporalità, un elemento che si manifesta in due forme apparentemente opposte ma intrinsecamente connesse: la ripetizione e il superamento definitivo del tempo. I suoi romanzi sono costellati di personaggi che vivono in una sorta di dimensione purgatoriale, imprigionati in un “sempre-uguale” che li condanna a reiterare gesti e situazioni. Questa circolarità è evidente fin dal suo esordio, Satantango, dove la struttura in dodici capitoli, divisi in due serie speculari, richiama il movimento del ballo, un avanzare e un retrocedere che riporta sempre al punto di partenza. La comunità rurale ungherese, protagonista del romanzo, si muove in un’alienazione che non trova mai una via d’uscita.

Quando questa circolarità si interrompe, lo fa solo per lasciare spazio al crollo, alla distruzione. L’episodio di Estike in Satantango, che si suicida in un percorso che è l’unica linea retta del libro, simboleggia l’uscita dal cerchio della ripetizione come unica via per sfuggire a una vita senza speranza. In Guerra e guerra (1999, Bompiani 2020), i protagonisti, che si muovono attraverso diverse epoche e luoghi, cercano di dar vita a comunità utopistiche, ma le loro speranze vengono sistematicamente distrutte dalla guerra, sia essa reale o metaforica. La morte, in questo contesto, sembra l’unico orizzonte possibile.

L’infinito intrascendente di Krasznahorkai

In Krasznahorkai, come in Kafka, l’orizzonte religioso è pervertito: nessuno può salvarsi dal giudizio finale. Non c’è trascendenza, ma il vuoto, un ritorno al principio, come se la temporalità circolare e il dolore fossero intrascendibili. Una volta che la storia, intesa come sequenza di eventi progressivi, si conclude, ciò che resta è un lascito di rovina, fallimento e catastrofe, poiché la stessa storia possiede un potere distruttivo e annientatore. Questa visione si contrappone alle grandi narrazioni del Novecento, sia quella delle “sorti magnifiche e progressive” del socialismo reale, sia quella della “fine della storia” successiva al crollo dell’URSS.

Ambedue promettevano un futuro di pace e pienezza, ma ambedue hanno rivelato la vacuità di quelle promesse, lasciando dietro di sé repressione, dissoluzione e instabilità. Krasznahorkai, che ha vissuto l’Ungheria del Patto di Varsavia, ha sperimentato in prima persona l’immutabilità di un sistema in cui «il giorno dopo sarebbe stato esattamente identico al giorno prima». Questa consapevolezza ha plasmato la sua opera, rendendola un’indagine sulla «ottusa crudeltà del potere» e sulla persistenza di un tempo che «batte ostinatamente il tic tac di nessun tempo».

Il Nobel atipico a László Krasznahorkai

Il Nobel a László Krasznahorkai, sebbene prevedibile per la sua indiscussa grandezza, è anche insolito. La sua opera, caratterizzata da periodi lunghi e complessi, accumulo semantico e figure di pensiero affastellate, sembra refrattaria alla traducibilità, un elemento che in un panorama globalizzato è spesso considerato essenziale per il successo. Eppure, è proprio in questa complessità che risiede la sua forza. La sua scrittura, come un fiume in piena, trascina il lettore in un’esperienza ipnotica e straniante, capace di cambiare la percezione del mondo.

La “trascendenza perduta” è un tema centrale nella sua produzione. Il concetto di Dio, per Krasznahorkai, è “l’espressione migliore e più vivida di quanto poco capiamo di ciò che è l’Esistenza”. L’aspirazione a un futuro migliore, così come l’aspettativa di un esito positivo, vengono continuamente vanificate da un “Avversario” che ci costringe a un’incessante e infruttuosa fatica, senza alcuna prospettiva di riuscita. La metafisica non porta a niente, ma è continuamente evocata per mostrare come essa si rompa, lasciando cocci che sono di tutti noi, sopravvissuti alla fine della storia e destinati a perire in essa.

Nonostante la visione cupa e disincantata, Krasznahorkai non rinuncia alla bellezza. Anzi, la sua letteratura è un inno alla bellezza incorruttibile che può ancora esistere, anche in un mondo apocalittico. Come ha affermato al momento del conferimento del Nobel, la letteratura «infonde una certa speranza nel fatto che la bellezza, la nobiltà e il sublime ancora esistono in sé e per sé». Essa può inoltre nutrire la speranza in coloro la cui vitalità è appena percepibile. E offre fiducia, anche in assenza di evidenti motivi per averne.

Per orientarsi fra testo e contesto

László Krasznahorkai, con la sua opera monumentale, si inserisce in un filone di autori che, pur con stili e approcci diversi, hanno saputo interrogare la condizione umana in un’epoca di profonde trasformazioni. La sua visione dell’apocalisse come condizione permanente e non come evento futuro lo avvicina a pensatori come Giorgio Manganelli, che già lamentava la “fine del mondo” come un fatto compiuto, e a scrittori come W. G. Sebald e Susan Sontag, che lo definirono «lo scrittore dell’Apocalisse». La sua capacità di creare mondi in rovina, spesso ambientati in villaggi rurali ungheresi o in piccole comunità allo sbando, lo lega a una tradizione letteraria che esplora la dissoluzione morale e politica, come quella di Imre Kertész, altro Nobel ungherese.

Il suo stile, caratterizzato da periodi lunghi e complessi, lo accomuna a Jon Fosse, anch’egli Premio Nobel, che nella sua scrittura rarefatta e nondimeno complessa, indugia sulla perdita e l’irredimibilità della vita. La tendenza alla circolarità e alla ripetizione, che si manifesta in opere come Satantango, può essere messa in relazione con la poetica di Roberto Bolaño, che pur utilizzando moduli narrativi diversi, costruisce architetture che a livello macrotestuale non portano da nessuna parte, ma pullulano di eventi a livello locale.

L’influenza di Allen Ginsberg, suo amico in gioventù, lo ha portato a scoprire filosofie orientali, come il buddismo, che si riflettono nelle sue opere più recenti, pur mantenendo un legame con le visioni del mondo cristiane, manichee, ebraiche, taoiste e shintoiste, tutte intese come filosofie. La sua collaborazione con il regista Béla Tarr, che ha trasposto molti dei suoi romanzi in film, ha contribuito a diffondere la sua visione di un mondo in rovina, dove i personaggi, incapaci di emanciparsi dalle loro coazioni, sono spettri che reiterano gesti la cui inconsapevole atrocità perpetua la devastazione.

Per chi volesse approfondire la sua opera, oltre al già citato La sicurezza della nazione ungherese (Bompiani, traduzione di Dóra Várnai), si consigliano Melancolia della resistenza (1989, Zandonai 2013 e Bompiani 2018), Guerra e guerra (1999, Bompiani 2020), Seiobo è discesa quaggiù (2008, Bompiani 2021), Avanti va il mondo (2013, Bompiani 2024), Il ritorno del barone Wenckheim (2016, Bompiani 2019) e Herscht 07769 (2021, Bompiani 2022).


Articolo ibrido in cui i contenuti selezionati dall’AI sono stati rivisti da un essere umano.(scopri di più)
Fiammetta D’Aquino
Fiammetta D’Aquino

Lo pseudonimo nasconde una persona reale. Il riferimento letterario è alla donna amata da Giovanni Boccaccio, dietro cui sembra ci fosse Maria d’Aquino.

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